Linchiesta di Ravenna e quei certificati medici firmati per «contestare il sistema» dellimmigrazione

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Non era soltanto una questione di diagnosi gonfiate o di certificazioni rilasciate con troppa disinvoltura, almeno stando a quanto emerge dalle carte depositate dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ravenna, Federica Lipovscek. Il movente che avrebbe spinto otto medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci a produrre documenti falsi per decine di cittadini extracomunitari – quelli che, essendo irregolari, sarebbero dovuti finire nei Centri di permanenza per i rimpatri – affonderebbe le radici in una precisa visione ideologica. La giudice, nell’ordinanza con cui ha recentemente disposto le misure cautelari a carico dei sanitari, parla senza troppi giri di parole di una «aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina», quasi che la loro attività professionale si fosse trasformata, nelle intenzioni, in uno strumento di opposizione alle politiche migratorie piuttosto che in un atto dovuto di cura.

La Procura, nelle persone dei pm Daniele Barberini e Angela Scorza, aveva inizialmente chiesto per tutti e otto gli indagati l’interdizione per un anno dall’esercizio della professione, ma il Gip ha calibrato diversamente le misure. Per tre di loro è scattata la sospensione totale per dieci mesi, mentre per gli altri cinque il provvedimento si limita al divieto, sempre della durata di dieci mesi, di occuparsi delle certificazioni di idoneità destinate ai Cpr. Ciò che ha convinto il giudice della fondatezza delle ipotesi accusatorie – e del concreto pericolo che quei comportamenti potessero ripetersi – non è stato soltanto il dato numerico, pur significativo, relativo ai sessantaquattro migranti per i quali sarebbero state attestate patologie inesistenti o quantomeno non verificate. A pesare sono stati soprattutto i toni e i contenuti delle conversazioni finite negli atti dell’inchiesta, chat che restituiscono l’immagine di un gruppo coeso e determinato.

Le chat, le ideologie e il ribaltamento dei pareri psichiatrici

Dagli smartphone sequestrati agli otto infettivologi sono emersi dialoghi che, agli occhi degli inquirenti, rivelano una chiara premeditazione e una forte carica ideologica. In uno scambio, una dottoressa – che in un’altra conversazione si definiva «anarchica e antifascista» – commentava con un collega la necessità di rendere le giustificazioni cliniche più credibili, proprio per evitare che l’operato del gruppo venisse scoperto. «Finora abbiamo fatto così, solo che adesso bisogna giustificare in modo più credibile altrimenti potrebbero contestarcela. Non sarà banale», scriveva uno dei sanitari, dimostrando secondo l’accusa piena consapevolezza dell’illegalità del proprio agire. E ancora, in un passaggio che ha fatto molto discutere per l’astio nei confronti delle forze dell’ordine, un’altra conversazione riporta l’espressione: «Gli facciamo il c…o a questi maledetti sbirri».

Uno degli elementi più significativi, sottolineato nell’ordinanza, riguarda la sistematica invalidazione dei giudizi espressi dagli psichiatri. In diversi casi, i medici del reparto Malattie infettive avrebbero ribaltato le diagnosi di compatibilità con la vita detentiva formulate dagli specialisti, introducendo patologie – talvolta banali infezioni o disturbi non gravi – che di fatto rendevano il migrante non idoneo al Centro. Una prassi, questa, che ha insospettito gli investigatori anche per un altro aspetto: delle quarantaquattro persone rimesse in libertà grazie a quei certificati di inidoneità, una decina, secondo quanto ricostruito, avrebbe poi commesso una ventina di reati, vanificando di fatto qualsiasi possibilità di controllo da parte delle autorità.

Le difese e la complessa questione della deontologia medica

Davanti al giudice, durante l’interrogatorio di garanzia del 12 marzo, tutti gli otto professionisti si sono presentati assistiti dai propri legali – tra i quali gli avvocati Carlo Alberto Baruzzi, Francesca Cancellaro e Sonia Lama – ribadendo la piena correttezza del proprio operato e la volontà di porre al centro della loro attività la tutela della salute e della dignità della persona, così come prescriverebbe il codice deontologico. Qualcuno ha addotto le difficoltà oggettive di un’anamnesi condotta su pazienti con i quali era quasi impossibile comunicare, altri hanno parlato del timore di incorrere in conseguenze legali qualora non avessero approfondito certi sospetti clinici. Il Gip, tuttavia, nelle sue motivazioni ha respinto con nettezza queste giustificazioni, osservando che l’indisponibilità di dati certi non può in alcun modo legittimare il rilascio di un certificato di inidoneità; al contrario, il dovere del medico sarebbe semmai quello di procedere con tutti gli accertamenti necessari per fugare ogni dubbio diagnostico.

L’indagine, partita nel luglio del 2025, ha poi allargato il proprio raggio d’azione coinvolgendo un operatore sanitario di un’altra regione, non indagato, che fungeva da punto di riferimento per i colleghi ravennati e che sembra aver fornito indicazioni e materiali utili a orientare le valutazioni cliniche in senso ostativo al rimpatrio. Un aspetto, questo, che lascia intendere come la pratica potesse essere più radicata e strutturata di quanto non apparisse in un primo momento, anche se al momento non risultano estensioni dell’inchiesta ad altre strutture ospedaliere. Ciò che resta, al netto delle posizioni processuali, è il provvedimento del giudice che ha ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza, sottolineando come la motivazione ideologica – lungi dall’essere una generica attenuante – abbia ancor di più aggravato il quadro, dimostrando una determinazione tale da far temere la possibile reiterazione del reato, nonostante l’Azienda sanitaria avesse già sollevato i suoi dipendenti da quel delicato incarico.

Description: L`inchiesta di Ravenna sui medici che rilasciavano certificati falsi per evitare il rimpatrio dei migranti: il Gip parla di «aperta contestazione del sistema».

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.