La nuova grande partita: il confine tra Pakistan e Afghanistan diventa il fronte dello scontro tra Cina e India
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Redazione Esteri
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La frontiera tra Pakistan e Afghanistan, una linea tracciata oltre un secolo fa e da sempre ferita aperta nel cuore dell’Asia, ha smesso di essere un mero teatro di scaramucce episodiche per trasformarsi in un vero e proprio fronte strategico strutturale. A settimane alterne, con il valico di Torkham che si riapre e si richiude come una valvola di pressione per i rifugiati afghani, ci si trova di fronte a qualcosa di più profondo di una crisi stagionale: una guerra per procura che vede contrapposte le due potenze asiatiche, con Islamabad che tenta di imporre con la forza una nuova dottrina di sicurezza e i talebani al potere a Kabul che, dal loro ritorno nell’agosto 2021, non hanno mai accettato passivamente la sovranità contestata della linea Durand.
Le operazioni militari pakistane, riprese dopo la pausa del Ramadan, hanno trasformato la zona di confine in un teatro di pressione permanente, ma il vero nodo della questione risiede altrove. Mentre l’Occidente guarda altrove, distratto da altri focolai, la partita si gioca su tre livelli: quello locale, con il movimento Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP) che rappresenta la minaccia esistenziale per Islamabad; quello regionale, con l’India che secondo fonti accreditate starebbe rafforzando i contatti con i talebani per aprire un fronte indiretto contro il suo nemico storico -3-6; e quello globale, con Pechino che si muove come mediatore attivo per proteggere i propri investimenti infrastrutturali, i quali dipendono dalla stabilità di un’area cruciale per le Nuove Vie della Seta.
Le cifre della crisi e la strategia dei respingimenti
L’emergenza umanitaria che ne deriva assume contorni drammatici, quantificabili in numeri che raccontano di una popolazione schiacciata tra due fuochi. Secondo le stime accreditate dalle agenzie delle Nazioni Unite, nelle prime tre settimane di scontri sarebbero morte più di mille persone, con almeno 115mila sfollati interni che si aggiungono a un quadro già disastroso. Le autorità afghane hanno denunciato 400 vittime solo a Kabul nell’ultima settimana di escalation, mentre il bilancio complessivo certificato dall’Unicef parla di 289 vittime civili tra la fine di febbraio e metà marzo, un dato che sottolinea come più della metà degli affetti siano donne e bambini.
In questo contesto, la riapertura temporanea del valico di Torkham non rappresenta una distensione, bensì un’operazione controllata: autobus scortati dalla polizia pachistana hanno permesso il rientro dei primi gruppi di rifugiati, mentre ai lati delle strade sostavano i camion carichi dei beni personali delle famiglie in attesa di un destino incerto. Il Pakistan, che ospita ancora circa 1,92 milioni di afghani tra documentati e non, ha chiarito di voler procedere a una riduzione forzata di quella presenza, utilizzando le operazioni militari come leva per accelerare i rimpatri. I numeri parlano chiaro: oltre 160mila persone sono già tornate in Afghanistan nei primi mesi dell’anno, e la cifra è destinata a crescere rapidamente ora che la frontiera ha riaperto i battenti, seppure in modo intermittente.
La diplomazia cinese e la sfida all’Occidente distratto
Mentre l’Unione Europea e gli Stati Uniti, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca, sembrano aver relegato la questione afghana in secondo piano rispetto ad altre priorità geopolitiche, la Repubblica Popolare Cinese ha intensificato i propri sforzi diplomatici. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto colloqui telefonici con l’omologo dei talebani, mentre l’inviato speciale per l’Afghanistan si sposta costantemente tra Islamabad e Kabul nel tentativo di gettare le basi per un cessate il fuoco duraturo. L’interesse di Pechino non è certo disinteressato: il progetto della Belt and Road Initiative (BRI) passa attraverso il Pakistan e il corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) rappresenta un investimento troppo rilevante per essere lasciato in balia di un conflitto aperto.
Ma la crisi rivela anche l’esistenza di una competizione più sottile con l’India, la quale ha condannato apertamente i raid aerei pakistani in territorio afghano, accusando Islamabad di violare la sovranità di Kabul. Nuova Delhi, che non riconosce ufficialmente il governo talebano, ha però intessuto una fitta rete di contatti diplomatici e, secondo le ricostruzioni di alcuni analisti militari, potrebbe essere interessata a sfruttare la presenza di gruppi armati per indebolire il Pakistan, in una sorta di guerra per procura che riporta alla mente le dinamiche della Guerra Fredda. Il risultato è un quadro di straordinaria complessità, dove gli scontri al confine non sono mai solo incidenti di frontiera, ma pedine di una partita più grande.
Il nodo irrisolto della sovranità e le ombre del passato
Ciò che rende questa crisi potenzialmente più devastante di quelle del passato è la sua natura strutturale: non si tratta più di un’escalation destinata a rientrare con l’intervento dei mediatori tradizionali. La disputa sulla linea Durand, quel confine che per il Pakistan è internazionalmente riconosciuto e per gli afghani è invece una mera separazione amministrativa, è tornata al centro del dibattito politico e militare. La recinzione e il controllo dei valichi come Torkham e Chaman sono stati per anni fonte di scontri armati, ma oggi la posta in gioco è aumentata esponenzialmente con l’introduzione di nuovi strumenti bellici.
Accuse reciproche di utilizzo di droni e raid aerei in profondità hanno caratterizzato le ultime settimane, con Islamabad che sostiene di colpire basi del TTP dall’altro lato della frontiera e Kabul che denuncia violazioni sistematiche della propria integrità territoriale. In questo meccanismo pericoloso, ogni azione difensiva viene interpretata come un’offensiva dalla controparte, in un crescendo di violenza che rischia di rendere il confine un fronte caldo permanente. Le ripercussioni si fanno sentire fino a Teheran, che teme un nuovo afflusso massiccio di rifugiati, e nelle repubbliche centro-asiatiche, preoccupate per la sicurezza dei propri progetti infrastrutturali. Così, mentre la diplomazia fatica a trovare un punto d’incontro, la regione intera scivola verso una destabilizzazione di lungo periodo, le cui conseguenze si faranno sentire ben oltre i confini dell’Asia centrale.




