La Corte Suprema e il caso Carroll, Trump tra condanne e nuovi poteri

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Elizabeth Jean Carroll, 82 anni, storica giornalista e corsivista di Elle, ha vuto la sua battaglia legale contro Donald Trump. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso del presidente contro la sentenza che lo condanna a risarcirla con 5 milioni di dollari per abusi sessuali risalenti a trent'anni fa, un verdetto che era già stato confermato in appello lo scorso settembre.

La decisione dell'organo giudiziario supremo, giunta con una breve nota priva di motivazioni secondo la prassi per questi casi, non ha registrato voti contrari, nemmeno tra i tre giudici di orientamento conservatore nominati dallo stesso Trump.

Una sconfitta giudiziaria che, sul piano personale e mediatico, segna un punto a favore della Carroll, la quale aveva raccontato l'accaduto (un episodio avvenuto nei grandi magazzini Bergdorf Goodman di New York tra il 1995 e il 1996) e che ha sempre respinto le smentite del tycoon, definendo la vicenda una "caccia alle streghe" finanziata dai democratici.

I colpi di scena della settimana giudiziaria

La decisione sul caso Carroll, che chiude definitivamente un contenzioso civile iniziato nel 2022 e che aveva già portato a una condanna per diffamazione da 83,3 milioni di dollari in un altro processo, è solo uno degli ultimi atti di una settimana densissima di pronunce della Corte Suprema.

A maggioranza conservatrice, con sei giudici su nove di nomina repubblicana, il tribunale ha inflitto al presidente una serie di stop su alcuni dei suoi cavalli di battaglia più ideologici: ha respinto il tentativo di abolire lo ius soli, riaffermando il principio del Quattordicesimo Emendamento per cui chi nasce sul suolo americano è cittadino a tutti gli effetti, e ha bloccato il licenziamento di Lisa Cook, governatrice della Federal Reserve, difendendo l'indipendenza dell'istituto centrale per la stabilità economica del paese.

Proprio il caso Cook, su cui la Corte si è espressa con un voto di 5 a 4, rappresenta per molti osservatori un'eccezione che conferma la regola: se da un lato i giudici hanno voluto tutelare l'autonomia della Fed dall'ingerenza politica, dall'altro hanno concesso a Trump uno strumento di potere senza precedenti, permettendogli di rimuovere liberamente i vertici di oltre venti agenzie esecutive indipendenti, come la Federal Trade Commission (FTC), senza dover dimostrare una giusta causa come "inefficienza o negligenza".

L'ombra di Re Giorgio e la nascita di una nuova presidenza

La portata di queste decisioni, in particolare quella che smantella un precedente del 1935 (il caso Humphrey’s Executor), ha riaperto un dibattito che affonda le radici nella stessa storia americana, quella del rifiuto della monarchia e dell'accentramento del potere. La Dichiarazione d'Indipendenza e il pamphlet di Thomas Paine, "Common Sense", che nel 1776 demolì il principio ereditario come un'assurdità logica, sono il fondamento di una nazione che ha costruito la propria identità sulla divisione dei poteri e sul controllo dell'esecutivo.

Il fatto che la Corte Suprema, oggi, conceda al presidente un controllo così esteso sulla burocrazia federale, allineandosi alla teoria dell'Unitary Executive secondo cui l'articolo 2 della Costituzione attribuisce a lui tutto il potere esecutivo, rappresenta una cesura epocale per gli equilibri istituzionali.

Per i critici, il rischio è che si stia aprendo la strada a una presidenza iper-potente, che può liberarsi dei funzionari nominati dalle amministrazioni precedenti e mettere in atto il suo programma senza ostacoli, proprio come sostiene il movimento Maga e lo slogan "Drain the Swamp".

Il paradosso del tycoon: sconfitte legali, potere accresciuto

Il bilancio di queste giornate per Donald Trump appare quindi paradossale. Da un lato, subisce brucianti sconfitte su temi che gli stanno a cuore, come la riforma della cittadinanza o la sua stessa reputazione personale, con il caso Carroll che lo inchioda a una responsabilità civile per fatti gravi e risalenti nel tempo. Dall'altro, la Corte Suprema gli consegna una vittoria politica epocale, rafforzando la sua autorità sull'apparato amministrativo in una misura che pochi suoi predecessori avevano mai ottenuto.

La possibilità di rimuovere a piacimento i capi delle agenzie di regolamentazione, dalla SEC alla FCC, trasforma il presidente in un vero e proprio capo dell'esecutivo con un'influenza diretta su settori strategici come la finanza, il lavoro e le telecomunicazioni, limitando il potere del Congresso che aveva storicamente garantito una certa indipendenza a questi organi.

Se sul fronte del diritto di famiglia e delle politiche identitarie Trump esce ridimensionato, sul fronte del potere reale, quello che gli consente di indirizzare la macchina dello Stato, il tycoon esce invece con le mani più libere che mai, come dimostra la decisione che gli consente di procedere con deportazioni e respingimenti di massa, revocando lo status di protezione temporanea per centinaia di migliaia di persone.

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