La notte in cui l’Iran ha trasformato Ali Al Salem in un inferno di fuoco: le immagini dei satelliti cinesi inchiodano Teheran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ennesimo attacco, consumato nella notte tra il 5 e il 6 marzo, ha squarciato il silenzio del deserto kuwaitiano trasformando la base aerea di Ali Al Salem in un rogo visibile dallo spazio, e le immagini catturate dai satelliti cinesi, che hanno iniziato a circolare negli ambienti dell’intelligence, non lasciano spazio a interpretazioni: i danni riportati dall’infrastruttura, dove sono acquartierati reparti statunitensi e un contingente italiano forte di circa trecento unità, sono estesi e in alcuni punti probabilmente irreparabili nel breve termine. Una colonna di fumo denso e nero, quella immortalata dai sensori orbitali, si è levata alta sopra i serbatoi di carburante, centrati in pieno dai missili della Repubblica Islamica, e la deflagrazione, secondo quanto ricostruito da fonti della difesa kuwaitiane, ha innescato un incendio di proporzioni tali da richiedere ore per essere domato, mentre il personale militare—compreso quello italiano—veniva fatto precipitare nei bunker sotterranei, in osservanza ai protocolli di sicurezza ormai divenuti routine quotidiana dallo scoppio delle ostilità.

La strategia della terra bruciata: obiettivi logistici nel mirino di Teheran

Non si è trattato, e i fatti lo dimostrano, di un fuoco di disturbo o di un avvertimento simbolico; l’Iran ha invece messo in atto un disegno preciso e metodico, mirando al cuore pulsante della logistica nemica, e Ali Al Salem—che rappresenta un hub essenziale per il ponte aereo della coalizione anti-Isis e per il dispiegamento di forze statunitensi nella regione del Golfo—ne è divenuto il teatro principale. Dopo le prime incursioni del 28 febbraio, giorno in cui Stati Uniti e Israele avevano dato il via all’operazione battezzata "Ruggito del leone", e quelle del 2 marzo, la notte del 5 ha segnato una decisa escalation qualitativa: i proiettili, secondo le prime analisi balistiche, sembrano aver colpito con precisione chirurgica le aree adibite allo stoccaggio di carburanti e lubrificanti, elementi vitali per garantire operatività ai cacciabombardieri e ai velivoli da trasporto, e l’effetto—dannoso non solo per le strutture ma anche per il morale delle truppe—è stato quello di isolare di fatto la base, rendendone temporaneamente impraticabili le funzioni vitali.

I trecento italiani sotto assedio e la questione del trasferimento in Arabia Saudita

Mentre le fiamme divoravano quanto restava dei depositi e il personale kuwaitiano lottava per circoscrivere l’incendio, la situazione per i militari italiani, schierati in quella stessa base nell’ambito della missione internazionale, è diventata di ora in ora più critica, al punto da sollevare un vero e proprio caso politico-diplomatico. Antonsergio Belfiori, segretario organizzativo del Siam, il sindacato militare dell’Aeronautica che segue con apprensione la sorte dei connazionali, ha rivelato di avere formalmente richiesto al ministro della Difesa, Guido Crosetto, rassicurazioni immediate sull’incolumità dei soldati, alla luce delle notizie—confermate anche dalle immagini satellitari—che parlavano di aerei americani danneggiati in modo grave, con uno di essi addirittura precipitato nei pressi del perimetro della base. La pressione, esercitata attraverso i canali sindacali e poi rimbalzata sulle agenzie di stampa, ha accelerato una riflessione all’interno dello Stato Maggiore, dove si vaglia l’ipotesi—non senza complessità logistiche e implicazioni politiche—di un trasferimento temporaneo del contingente in Arabia Saudita, al fine di sottrarre i nostri soldati a quella che molti osservatori definiscono ormai una situazione d’assedio, con i militari costretti a vivere e operare reclusi in strutture protette, in attesa che la tempesta di fuoco si plachi.

La replica dei Guardiani della Rivoluzione e il messaggio implicito nelle macerie

I Guardiani della Rivoluzione, attraverso i loro canali ufficiali, hanno rivendicato l’operazione con una nota laconica ma densa di significati strategici, sottolineando come la base di Ali Al Salem fosse stata "resa completamente inutilizzabile" e aggiungendo—in un crescendo di toni minacciosi—che si è trattato solo di una prima risposta alle "aggressioni congiunte" di Washington e Tel Aviv. Le immagini dei satelliti cinesi, quelle stesse che hanno fatto il giro del mondo e permesso di quantificare l’entità dei danni, diventano così non solo uno strumento di verifica giornalistica, ma una vera e propria arma nella guerra dell’informazione, mostrando a tutti gli attori regionali—e in particolare agli alleati del Golfo che ospitano basi occidentali—quanto sia sottile il confine che separa la neutralità dichiarata dalla partecipazione indiretta al conflitto. Il Kuwait, che pure ha intercettato e abbattuto decine di droni e missili nelle settimane scorse, si trova ora a fare i conti con l’evidenza che il suo territorio è divenuto un campo di battaglia, con tutte le conseguenze del caso per la stabilità interna e per i delicati equilibri con i potenti vicini.

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