Morto Oscar Schmidt, l’eroe di Caserta che tirava da ogni dove e si chiamava “Mano Santa”
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Redazione Sport
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Il mondo del basket, quello vero, fatto di sudore, parquet e rivalità che sapevano di epica, ha perso uno dei suoi figli più geniali. Daniel Oscar Bezerra Schmidt, il brasiliano che per tutti era semplicemente Oscar, si è spento a 68 anni dopo un malore improvviso a Santana de Parnaíba. Non si trattava di un giocatore qualsiasi, intendiamoci: era l’uomo che i tifosi di Caserta – quelli che lo hanno visto vestire il bianconero – chiamavano ancora “l’eroe”, colui che con la sua stazza da 2,04 metri per un’ala piccola sapeva trasformare un tiro apparentemente impossibile in una certezza matematica. “O Rei das Triplas”, il re delle triple, o ancora “Mão Santa”, la mano santa: soprannomi che in Brasile e in Italia raccontano meglio di qualsiasi statistica la sua essenza di tiratore mostruoso, paragonabile – per pura capacità realizzativa – anche ai mostri sacri della Nba.
Una carriera costruita sulla distanza e sulla precisione, tra Italia e Sudamerica
Se si scorre la sua traiettoria, viene subito in mente un dettaglio che pochi hanno saputo eguagliare: Schmidt non aveva bisogno di tempo per pensare; prendeva la palla e, anche da nove metri, la rilasciava con una fluidità che lasciava il difensore immobile, quasi fosse ipnotizzato. In Italia, dove è diventato un’icona assoluta, i suoi anni migliori li ha regalati alla Juve Caserta e poi alla Pavia, firmando pagine di campionato che ancora oggi restano nei verbali della memoria sportiva. Fu il miglior marcatore straniero della nostra Serie A, un primato che non era solo numerico: era il simbolo di un’epoca in cui il basket italiano cresceva di livello proprio grazie a fuoriclasse come lui, capaci di attirare pubblico, alzare l’asticella della competitività e insegnare ai giovani che il talento, se accompagnato da una disciplina ferrea, diventa arte.
La malattia affrontata con la stessa grinta delle partite decisive
Quel longilineo, però, nel 2011 si è fermato davanti a una diagnosi dura: un tumore al cervello. Schmidt la affrontò come se fosse una serie di tiri liberi sotto pressione: un primo intervento, poi nel 2013 una seconda operazione, quindi nuove terapie. La famiglia, in una nota, ha parlato di oltre quindici anni di battaglia condotta “con coraggio, dignità e resilienza”, parole che calzano a pennello per uno che non ha mai mollato nemmeno quando il tabellone sembrava segnare solo sconfitte. Nel 2022, la svolta: l’ex giocatore annunciò di sentirsi guarito, sospendendo le cure. E fino all’ultimo, prima del malore che lo ha stroncato, ha continuato a essere un esempio di determinazione, senza mai cercare la pietà, ma solo il rispetto che gli spettava.
Il cordoglio del presidente Petrucci e il ricordo affettuoso di Lula
Dalla Federazione Italiana Pallacanestro è arrivato il messaggio del numero uno, Petrucci, che ha sottolineato come “Mano Santa” abbia contribuito a rendere la Serie A un palcoscenico senza confini, capace di attrarre fuoriclasse internazionali. Dall’altra parte dell’Oceano, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha voluto omaggiarlo con parole che non lasciano spazio a retorica: “Oscar Schmidt è stato il più grande idolo della storia del basket brasiliano, uno dei migliori realizzatori di sempre. Un esempio di tenacia, talento e amore per la maglia della Nazionale. Nel corso di decenni, ha unito il Paese attorno ai campi da gioco, con tiri indimenticabili e una leadership indiscussa”. E alla fine, forse, è proprio questo il lascito più autentico di Oscar: non i punti, che pure furono una valanga, ma la capacità di rendere universale un gesto – il tiro da lontano – che con lui sembrava sempre miracolosamente a portata di mano.




