Addio a Oscar Schmidt, il mondo del basket perde la “Mano Santa”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il mondo della pallacanestro, stretto in un abbraccio che unisce il Brasile all’Italia e oltrepassa qualsiasi confine geografico, ha perso uno dei suoi giganti più puri. Oscar Schmidt, l’ala di 2,04 metri capace di trasformare un tiro in una preghiera laica, si è spento all’età di 68 anni. A darne l’annuncio, attraverso un comunicato diffuso dalla famiglia, è stata Cnn Brasil, chiudendo così il capitolo di una vita che per oltre due decenni aveva infiammato i parquet di mezzo mondo. La notizia, rimbalzata dal Sudamerica nella tarda serata di venerdì, ha trovato pronta eco nelle redazioni sportive, dove il suo nome – Daniel Oscar Bezerra Schmidt per l’anagrafe – non ha mai smesso di essere sinonimo di coraggio e di una mira, quella dalla lunga distanza, che rasentava l’impossibile.

Quindici anni di battaglia contro il tumore, l’ultimo ricovero a Santana de Parnaíba

Dietro la statura del campione, quella fisica e simbolica, si consumava da tempo una partita ben più silenziosa e spietata. A Oscar era stato diagnosticato un tumore al cervello nel lontano 2011, e da allora ne aveva combattuta una contro il tempo e la malattia. Un primo intervento, poi una seconda operazione nel 2013, infine nuove terapie che sembravano aver arginato l’avanzata del male. Tanto che nel 2022 l’ex giocatore si era dichiarato guarito, annunciando la sospensione delle cure con la sicurezza di chi crede di aver messo alle spalle il peggio. Invece, un malore improvviso lo ha costretto a tornare in ospedale, dove si è spento presso il nosocomio municipale Santa Ana a Santana de Parnaíba, nello stato di San Paolo. La famiglia, nel dare l’addio, ha voluto ricordare quei “oltre quindici anni” affrontati “con coraggio, dignità e resilienza”, parole che restituiscono il ritratto di un uomo capace di tirare in porta anche quando il tabellone sembrava fuori portata.

L’eroe di Caserta, il “re delle triple” che non giocò mai in Nba (per scelta)

Per chi lo ha visto giocare, Oscar Schmidt era molto più di un tiratore: era un’ossessione. Soprannominato “Mao Santa” (Mano Santa) o “O Rey do triple” (il re delle triple), costruì la sua leggenda su un fondamentali che molti considerano ancora oggi il più bello dello sport: il tiro da tre punti. Con una media realizzativa che sfiora il parossismo – si parla di quasi trenta punti a partita in carriera – Schmidt è stato il massimo realizzatore nella storia dei Giochi Olimpici, un primato che non conosce rivali né aggiornamenti. Eppure, non mise mai piede nel basket che conta, la Nba, se non per qualche amichevole estiva. Una scelta, la sua, dettata più dall’orgoglio e dall’attaccamento all’Europa e al Sudamerica che da una mancanza di opportunità. Fu a Caserta, invece, che regalò le sue notti più italiane: indossando la maglia bianconera della JuveCaserta, divenne l’idolo di una intera città, trascinandola con triple impossibili e quella faccia da bambino che scompariva solo nell’istante del rilascio del polso.

Un lutto che unisce Brasile, Italia e tutte le generazioni del basket mondiale

Il messaggio dei familiari, nel suo essere asciutto e insieme struggente, parla di “determinazione, generosità e amore per la vita”. Tre qualità che Oscar Schmidt ha riversato su ogni campo, senza mai risparmiarsi. La sua carriera, costellata di record che nemmeno i mostri sacri americani hanno saputo eguagliare (come i 1.093 punti segnati in cinque edizioni olimpiche), resta un’anomalia felice: quella di un fuoriclasse che ha scelto di essere tale lontano dai riflettori della Nba. Le condoglianze arrivano da Caserta, dove il suo ricordo è ancora vivo negli occhi di chi lo vide giocare al PalaMaggiò, e da tutto il movimento cestistico internazionale. Non ci sono state esequie pubbliche annunciate al momento, e la famiglia ha chiesto riservatezza. Ma il rumore del suo silenzio, quello che precedeva ogni suo tiro dalla lunga distanza, resterà per sempre impresso nella memoria di chi ama questo sport.

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