Oscar Schmidt, la ‘Mano santa’ che fece innamorare Caserta, si è spento a 68 anni
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Redazione Sport
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Nessun uomo, prima di Oscar Schmidt, aveva segnato così tanto la pallacanestro italiana venendo dall’estero; nessuno, va detto, lo ha più fatto in seguito. Gli anni Ottanta della Serie A di basket furono il teatro delle sue prestazioni torrenziali, una valanga di punti – quasi sempre dal perimetro – messa a referto ogni domenica. In Brasile gli avevano trovato il soprannome, non a caso, di “Mano Santa”, e con questo passaporto lusinghiero si presentava sui parquet di tutto il mondo. Il giocatore, che compieva del tiro un’arte quasi mistica, è deceduto all’età di 68 anni a causa delle complicazioni legate al tumore al cervello che lo affliggeva da tempo.
La notizia della sua dipartita, confermata dalla famiglia nella giornata di venerdì, ha generato un’onda di commozione che attraversa il globo, testimoniando l’affetto e il rispetto che l’ala brasiliana aveva guadagnato nel corso di una carriera straordinaria. Ricordato come uno dei più grandi realizzatori di tutti i tempi, Schmidt ha di fatto ridefinito il concetto di attaccante. La sua eredità va ben oltre i numeri e i record; rappresenta un simbolo di passione e dedizione per un gioco che lo ha reso immortale, specialmente in quella Campania che lo adottò come bandiera.
Il record di punti e il ‘no’ all’Nba per amore del Brasile
Alto due metri e cinque centimetri per 110 chili di fisico possente, Schmidt occupava il ruolo di ala, ma il suo era solo il supporto per un polso incredibilmente morbido. Deteneva il record mondiale assoluto di punti segnati in carriera, 49.737, un traguardo che sembrava irraggiungibile fino a quando LeBron James non lo ha superato il 22 novembre 2024. Se quel primato numerico è stato scalzato, nessuno però potrà mai togliergli l’aura di leggenda assoluta del basket internazionale, lui che fu inserito nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame già nel 2013. Un onore, quest’ultimo, rarissimo per un giocatore che, va sottolineato, non ha mai messo piede nel campionato americano.
Scelto al draft del 1984 dai New Jersey Nets, l’allora venticinquenne dovette operare una scelta drastica: l’Nba o la nazionale brasiliana. A quel tempo, le rigide regole della lega statunitense impedivano ai propri tesserati di scendere in campo con le rappresentative nazionali durante le Olimpiadi o i Mondiali, un sacrificio che la “Mano santa” non era assolutamente disposto a fare. Preferì così restare in Europa, prima in Italia e poi in Spagna, pur di indossare la maglia verdeoro in cinque diverse edizioni dei Giochi Olimpici.
L’epopea italiana tra Caserta, Pavia e record in serie A
Il legame con il nostro paese, profondo e viscerale, iniziò nel 1982 quando Bogdan Tanjević lo scelse come stella per guidare la Juve Caserta. Nella prima stagione la portò in A1, e nelle successive sette stagioni vinse per sei volte il Titolo di miglior marcatore, viaggiando sempre a medie bulgare superiori ai trenta punti a partita. Con i suoi 13.957 punti realizzati complessivi, Schmidt rimane tuttora lo straniero che ha segnato di più nella storia del nostro massimo campionato, con una media di 34,6 punti a gara e picchi che hanno sfiorato, e talvolta superato, i 60 punti.
Nell’analisi dei cestisti con almeno 100 presenze nel campionato italiano, il brasiliano risulta essere il giocatore che più volte ha superato quota 50 punti in una singola gara: accadde ben 28 volte su 403 partite disputate (circa il 7% del totale). Una frequenza, questa, superiore persino ad altre due leggende del periodo come Dražen Dalipagić e Joe Bryant. Dopo aver chiuso l’esperienza in Campania, si trasferì a Pavia (dal 1990 al 1993) portando anche i lombardi in A1 e vincendo il suo settimo titolo di realizzatore, per poi proseguire in Spagna e tornare infine in Brasile.
La rivalità con Varese e la Coppa Italia del 1988
Per chi ha vissuto il basket degli anni Ottanta, Schmidt era l’arcinemico giurato della grande Ignis Varese. Le sue sfide a distanza con Bob Morse e i campioni lombardi infiammavano il palasport di Caserta, dove la maglia numero 18 (poi ritirata dalla società campana) sventola ancora come un trofeo. A suggellare quel periodo d’oro ci pensò la conquista della storica Coppa Italia del 1988, l’unico titolo nazionale vinto in carriera sul suolo italiano, quando la sua squadra superò in finale proprio Varese. Quella vittoria, costruita a suon di jump shot dalla media distanza, rappresenta l’apice di un’intesa perfetta tra un giocatore e una città che, come cantavano i tifosi, senza di lui non sarebbe mai stata la stessa.




