Il franco svizzero tocca un nuovo minimo storico e le imprese elvetiche, nonostante i segnali di UBS, restano ancorate a un’aspettativa di ipervalutazione cronica

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il tasso di cambio tra euro e franco svizzero, precipitato nella notte tra lunedì e martedì a 0,9124 per poi scivolare ulteriormente sotto quota 0,91 toccando 0,9097 nel pomeriggio, ha riaperto una ferita che il mercato valutario non vedeva dall’abolizione del cambio minimo di 1,20 franchi per euro, avvenuta quel lontano 15 gennaio 2015 -2-6. Se si escludono le turbolenze estreme del cosiddetto Frankenshock – quando la divisa europea arrivò a crollare fino a 0,8423 in poche ore, paralizzando letteralmente le piazze finanziarie – non si era mai assistito a una quotazione così debole della moneta unica. Eppure, mentre gli esperti di UBS tentano di gettare acqua sul fuoco prevedendo per la fine dell’anno una ripresa dell’euro attestata a 0,95, le circa trecento imprese svizzere interpellate nel tradizionale sondaggio autunnale della grande banca dipingono un affresco diametralmente opposto, fatto di rassegnazione e pessimismo strutturale -2-6.

Queste realtà aziendali, per quasi il novanta per cento orientate all’export, scommettono su un ulteriore, seppur lieve, apprezzamento del franco: la loro previsione converge verso un tasso di 0,91 per la fine dell’anno, una soglia che di fatto normalizza l’emergenza trasformandola in ordinaria amministrazione. Non è tanto il dato puntuale a impressionare – una divergenza di quattro centesimi rispetto alle stime dei banchieri – quanto la fotografia di un sistema produttivo che ha interiorizzato la forza della valuta nazionale come una variabile indipendente e ineluttabile, quasi una tassa occulta sulla competitività. D’altronde, la pressione sul cambio non proviene in egual misura da tutte le direzioni; gli analisti di Société Générale, interrogandosi sulle ragioni di questa performance superiore del franco in una giornata altrimenti caratterizzata da un moderato appetito per il rischio, hanno individuato fattori scatenanti anche in operazioni societarie straordinarie, come l’emissione di obbligazioni in franchi da parte di Alphabet, amplificata da raccomandazioni di vendita aggressive che indicavano un target di 0,87 per euro -1.

La debolezza del dollaro, i dazi americani e l’anomalia di un’economia che resiste senza crescere

Sul versante americano, il biglietto verde continua a navigare attorno ai minimi pluriennali – 0,7605 franchi toccati a fine gennaio – ma la sua debolezza, paradossalmente, ferisce solo una minoranza selettiva del tessuto imprenditoriale elvetico -2-3. Gli Stati Uniti rappresentano il mercato di sbocco principale per una frazione limitata delle ditte elvetiche orientate all’esportazione, mentre le realtà importatrici traggono anzi beneficio da un franco forte che abbatte il costo delle materie prime e dei semilavorati acquistati oltreoceano. Tuttavia, la quiete apparente cela una soglia di guardia: l’analisi condotta da UBS rivela che, se il dollaro dovesse scivolare nella fascia compresa tra i 70 e i 75 centesimi, quasi la metà delle imprese esportatrici vedrebbe venire meno la redditività delle proprie vendite negli Stati Uniti -6. Una circostanza, questa, aggravata dall’inasprimento dei dazi voluto dall’amministrazione Trump – tornato alla Casa Bianca e determinato a proteggere il mercato interno – che già oggi incide sui margini di chi commercia con l’altra sponda dell’Atlantico -2-3.

Nonostante l’intesa doganale siglata a metà novembre tra Berna e Washington abbia fornito un leggero sollievo, restituendo un barlume di prevedibilità agli scambi, le aspettative sulla congiuntura interna rimangono congelate su scenari di crescita anemica. UBS prevede per il 2026 un incremento del prodotto interno lordo fermo allo 0,9 per cento, un valore ben al di sotto del potenziale di lungo periodo e interamente dipendente dalla tenuta dei consumi interni, i quali – per quanto ancora resilienti – iniziano a mostrare segni di affaticamento -6.

Il miraggio tedesco e la cautela della Banca nazionale svizzera

Tutta la strategia comunicativa degli economisti di UBS, e con loro di una parte consistente dell’establishment finanziario, poggia su una scommessa: la ripresa accelerata dell’economia tedesca. È questo il perno attorno al quale ruota la previsione di un euro a 0,95 e, di conseguenza, di un allentamento della morsa sul cambio -2-6. Peccato che i segnali provenienti da Berlino raccontino una storia ben più complessa e meno rassicurante. Il governo federale, attraverso la ministra dell’economia Katherina Reiche, ha già rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2026 portandole all’1 per cento, un aggiustamento al ribasso di tre decimi rispetto alle attese autunnali; ma sono le valutazioni degli istituti indipendenti come l’Ifo a gettare ombre ancora più cupe, con previsioni ferme allo 0,8 per cento e l’amara constatazione che l’industria tedesca sta pagando a caro prezzo l’adeguamento a un cambiamento strutturale epocale, frenata da burocrazia elefantiaca, infrastrutture obsolete e una transizione digitale che langue -4-8.

La locomotiva europea, insomma, arranca, e il suo traino rischia di rivelarsi un fuoco di paglia se non verranno varate riforme strutturali in grado di ampliare la capacità produttiva. Il presidente della Banca nazionale svizzera, Schlegel, ha ribadito nelle scorse settimane la linea della prudenza: l’istituto centrale è pronto a tornare ai tassi negativi, ma solo in caso di crollo dell’economia domestica accompagnato da un marcato e pericoloso apprezzamento del franco -1-6. Una soglia psicologica, quella dello zero sui tassi, che la maggioranza delle imprese e gli stessi analisti non ritengono imminente, confortati anche dallo stop anticipato ai rialzi da parte della Banca centrale europea, il quale mantiene comunque un differenziale di interesse positivo a favore dell’Eurozona -7.

L’ombra lunga del 2015 e un cambio che viaggia per inerzia

Il mercato valutario, si sa, vive di memorie traumatiche e di attese profetiche che si autoalimentano. Il superamento della soglia di 0,91, sebbene ancora circoscritto a picchi intraday, ha riportato alla mente degli operatori la sequenza di ordini stop scattati in quella maledetta mattina di gennaio di undici anni fa. Oggi, però, a differenza di allora, l’assenza di interventi visibili da parte della Bns non stupisce più di tanto: l’istituto guidato da Schlegel sembra aver spostato la propria attenzione dal livello assoluto dei cambi alla loro volatilità, tollerando una valuta forte purché il suo apprezzamento avvenga in modo graduale e lineare -3. La pressione principale, del resto, proviene dal dollaro, e solo un allentamento delle tensioni su quel fronte potrebbe portare respiro anche all’euro. Nel frattempo, le imprese svizzere – quelle che il franco forte lo combattono ogni giorno sui mercati internazionali – continuano a navigare a vista, aggrappate a previsioni che raramente si sono rivelate azzeccate, ma che rappresentano l’unica àncora in un oceano di incertezza valutaria.

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