I miliardari in Italia valgono il 9% del Pil, lo dice il rapporto Ubs

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Poco più di sessanta persone, un numero così esiguo da poterle riunire in una singola sala, detengono nel nostro Paese un patrimonio complessivo che sfiora i duecento miliardi di dollari, una cifra che rappresenta quasi il 9% dell’intera produzione economica nazionale. Questa è la fotografia, impietosa e netta, che emerge dall’ultimo “Ubs Billionaire Ambitions Report”, il quale, scattando un’istantanea precisa sulla ricchezza estrema, rivela come l’Italia conti 61 miliardari, uno in meno rispetto all’anno precedente ma con una sostanza finanziaria che, nonostante una lieve flessione di 2,5 miliardi, si attesta comunque su 197,3 miliardi di dollari. Una concentrazione di capitale che, se paragonata a quella delle altre principali economie europee, colloca la Penisola davanti alla Francia ma ancora distante da Germania e Regno Unito, Paesi che possono contare su un numero significativamente maggiore di super ricchi.

Il quadro globale: record storico di ricchezza e numeri

La tendenza che si osserva in Italia, del resto, riflette un fenomeno planetario che, nel corso del 2025, ha toccato vette senza precedenti. Lo studio della banca svizzera, infatti, certifica che a livello globale il numero di individui con un patrimonio superiore al miliardo di dollari ha raggiunto la cifra di 2.919, segnando un aumento del 9% in un solo anno e portando la ricchezza complessiva del gruppo a un record assoluto di 15.800 miliardi. Una crescita così marcata, la seconda più consistente da quando esiste il rapporto, è stata alimentata in larga parte dalla robusta performance dei mercati azionari e, in particolare, dalle valutazioni elevate delle società attive nel settore tecnologico, che hanno generato plusvalenze colossali per i loro fondatori e principali azionisti.

Self-made ed ereditieri: le due facce della ricchezza estrema

Analizzando la provenienza di queste fortune stratosferiche, i ricercatori di Ubs hanno delineato due profili distinti eppure entrambi in ascesa. La maggior parte dei nuovi miliardari, 196 per l’esattezza, appartiene alla categoria dei cosiddetti “self-made”, coloro che hanno costruito il proprio impero finanziario partendo da zero o quasi, aggiungendo da soli ben 386,5 miliardi di dollari al totale mondiale. Tuttavia, accanto a questi imprenditori che incarnano il mito della creazione dal nulla, si assiste a una parallera e significativa crescita del numero di ereditieri, i quali, beneficiando di cospicue donazioni o di patrimoni familiari tramandati, vanno a costituire una fetta consistente di quel gruppo di 860 super ricchi che non hanno fondato ma ricevuto la propria ricchezza. Una dinamica, quest’ultima, particolarmente evidente nel continente europeo, dove la presenza di grandi ricchezze di famiglia rimane un tratto caratteristico e persistente, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, dove l’ascesa dei self-made man è un fenomeno ancor più marcato e trainante.

Una riflessione necessaria sui numeri

I dati, nella loro cruda oggettività, offrono quindi uno spaccato di un’epoca in cui la ricchezza si concentra in mani sempre più ridotte, pur aumentando in volume assoluto. Il fatto che in Italia un gruppo così ristretto di persone controlli una percentuale così rilevante della ricchezza nazionale, prossima a un decimo del Pil, costituisce un elemento di analisi economica e sociale che va ben al di là della semplice statistica. La leggera contrazione del loro patrimonio complessivo, peraltro, non modifica la sostanza di un quadro dove la distanza tra l’estremo vertice della piramide e la sua base resta abissale, alimentando dibattiti sulla distribuzione della ricchezza e sul funzionamento stesso del sistema economico in un’era di mercati finanziari globalizzati e iperconnessi.

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