Rigopiano, il processo mozzo e la mancata resa dei conti politica: tre condanne e cinque assoluzioni nell’appello bis a Perugia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La quarta sentenza, quella che doveva ricucire lo strappo e riannodare i fili di una matassa giudiziaria ingarbugliatasi tra Pescara e L’Aquila fino all’approdo in Cassazione, ha inciso un solco netto, seppur parziale, nella lunga scia di inchieste sulla valanga che il 18 gennaio del 2017, con un boato sordo e inesorabile, spazzò via l’hotel Rigopiano e con esso ventinove vite. La Corte d’Appello di Perugia, dopo quasi dieci ore di camera di consiglio, ha pronunciato il dispositivo del processo bis di secondo grado, confezionando un verdetto che somiglia a un crinale scosceso: da un lato la condanna, per la prima volta, dell’inerzia amministrativa tradotta in disastro colposo; dall’altro la sensazione, urlata tra le mura dell’aula dagli stessi familiari, di essere dinanzi all’ennesimo troncone mozzato. Perché se è vero che gli ex dirigenti della Regione Abruzzo Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci – quelli della mancata predisposizione del piano valanghe, quelli che avrebbero dovuto mappare il pericolo e invece lasciarono carta bianca e terreno franoso – se ne vanno con una condanna a due anni, è altrettanto vero che il capitolo delle responsabilità alte, quelle dei piani nobili del potere politico, resta inspiegabilmente sigillato.

A scandire il senso di questa amputazione è stata, ancora una volta, la voce di Paola Ferretti. La madre di Emanuele Bonifazi, il trentunenne di Pioraco che quella domenica pomeriggio si trovava dietro il bancone della reception per poi rimanere sepolto sotto le macerie, ha usato poche parole ma dal peso specifico enorme: «processo mozzo». E ha aggiunto, con la lucidità che appartiene solo a chi ha trasformato il dolore in conoscenza tecnica, che «sono mancate le parti politiche, quelle che avevano il potere e il dovere di fare qualcosa». Non è uno sfogo, è una constatazione giuridica. Perché il procuratore generale Paolo Barlucchi, lo stesso che aveva chiesto pene più severe e che ha definito la sentenza «storica per il riconoscimento dell’inerzia della pubblica amministrazione», aveva anche suggerito una strada per allungare i tempi della prescrizione, una sollecitazione caduta nel vuoto e che oggi, alla lettura del dispositivo, lascia l’amaro di un’occasione persa per fare piena chiarezza.

Il capo d’imputazione che cambia la prospettiva e le lacrime che dividono l’aula

L’elemento di novità, quello che gli avvocati di parte civile come Massimiliano Gabrielli hanno sottolineato con soddisfazione pur temperata dall’attesa delle motivazioni, risiede nella qualificazione giuridica del fatto: i tre funzionari regionali non sono stati chiamati a rispondere di omicidio colposo, bensì di disastro colposo. Una distinzione che non è solo tecnica, ma sostanziale. Significa che il giudice ha riconosciuto la condotta omissiva della pubblica amministrazione – la mancata adozione della cartografia della pericolosità valanghe, un atto doveroso e non discrezionale – come causa di un evento disastroso, e non semplicemente come concorso nella morte dei singoli individui. È l’architrave su cui poggia la condanna di Visca, Caputi e Antenucci, gli unici, insieme ai due ex dirigenti della Provincia di Pescara i cui reati sono stati dichiarati prescritti, a non uscire indenni da questa ennesima tornata processuale. Per loro, per Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio, la finestra si è chiusa per decorrenza dei termini, una pietra d’attesa che non cancella il fatto ma ne sospende la punibilità, mentre per altri cinque – tra i quali spiccano i nomi dell’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta e del tecnico comunale Enrico Colangeli – è arrivata l’assoluzione piena.

Lacchetta, che aveva rinunciato alla prescrizione per ottenere un giudizio di merito, ha visto la propria posizione radicalmente ribaltata: dopo la condanna in primo grado e la conferma in appello, ora il «fatto non costituisce reato». E quando il suo legale, Cristiana Valentini, è scoppiata in lacrime tra i banchi della Corte, l’urlo di una madre ha squarciato il clima ovattato dell’aula per riportare tutto alla dimensione che conta. «Si piange per un figlio morto, non per un’assoluzione», ha gridato la mamma di Stefano Feniello, e il contrasto tra quelle lacrime di sollievo professionale e quelle, asciutte per troppa sofferenza, dei parenti delle vittime ha raccontato più di qualsiasi arringa la distanza incolmabile tra il diritto e la giustizia sostanziale.

La lunga catena delle omissioni e il cratere lasciato dalla politica

Ripercorrere la catena gerarchica delle responsabilità, in questa vicenda, significa arrampicarsi su un albero sfrondato pezzo dopo pezzo. I processi precedenti avevano già visto cadere alcune tessere: l’ex prefetto Francesco Provolo e il suo capo di gabinetto Leonardo Bianco hanno riportato condanne definitive per falso e omissione di atti d’ufficio; il gestore dell’hotel Bruno Di Tommaso, nel frattempo deceduto, e il geometra Giuseppe Gatto avevano patteggiato pene lievi per abusi edilizi marginali. Ma il cuore dell’inchiesta, ciò che i familiari inseguono da nove anni, è il cratere lasciato dalla componente politica. Chi, nella Regione Abruzzo, aveva il potere di stanziare fondi per la redazione del piano valanghe? Chi, nella giunta regionale, avrebbe dovuto vigilare affinché la protezione civile non restasse inerme? Di questi nomi, nell’aula di Perugia, non c’è traccia. E non perché sia intervenuta una prescrizione, ma perché quei livelli non sono mai stati raggiunti dall’accusa.

L’avvocato Alessandro Casoni, che assiste proprio i familiari di Emanuele Bonifazi, aveva messo in guardia i propri assistiti sul «rischio mortale e professionale» di tradurre in diritto un dolore così immenso, sapendo che il linguaggio delle aule giudiziarie non può mai restituire la vita. Tuttavia, l’assoluzione dei tre dirigenti regionali Carlo Giovani, Emidio Primavera e Sabatino Belmaggio – figure apicali quanto i condannati, ma collocate in uffici diversi o ritenute non direttamente operative sulla specifica funzione del piano valanghe – allarga ulteriormente il perimetro dell’impunità. Mentre i due funzionari della Provincia si portano a casa la prescrizione, e con essa l’estinzione del reato per non aver sgomberato la neve dalla strada provinciale 8, l’unico dato certo rimane quello del 18 gennaio 2017: le telefonate rimaste senza risposta, l’email dell’allora amministratore dell’hotel che parlava di «situazione davvero preoccupante», la turbina che non arrivò mai e i corpi di ventinove persone estratti uno a uno dopo giorni di scavi nella neve.

La cartografia fantasma e i dirigenti sulla carta

La vicenda del piano valanghe, attorno a cui ruota l’intero impianto accusatorio di Perugia, è la metafora perfetta di un’amministrazione che procede per inerzia. La legge imponeva alle regioni, già da anni, di dotarsi di specifiche carte della pericolosità per prevenire disastri come quello di Rigopiano. L’Abruzzo non lo fece, e quel vuoto – quella mappa mai disegnata – ha reso di fatto invisibile il rischio. I tre dirigenti condannati, a vario Titolo, avevano competenza in materia di opere pubbliche, protezione civile e prevenzione dei rischi. Ma la loro condanna, pur rappresentando un precedente giurisprudenziale rilevante, fotografa soltanto l’ultimo anello di una catena i cui anelli superiori restano inspiegabilmente al riparo. Durante la requisitoria, il procuratore Barlucchi aveva utilizzato parole pesanti come macigni, parlando di «responsabilità della pubblica amministrazione» e di «sentenza storica». Eppure, la storia è fatta di assenze: quella dello spazzaneve, quella della carta geografica del pericolo, quella dei politici nei banchi degli imputati.

All’uscita dal tribunale di Perugia, mentre i legali delle parti civili annunciavano che leggeranno le motivazioni – depositate nei prossimi novanta giorni – per valutare eventuali ricorsi, i familiari hanno stretto i denti. Alessandro Riccetti, il receptionist ternano, Emanuele Bonifazi, i sei marchigiani tra cui il piccolo Samuele che all’epoca aveva sette anni e che oggi, nove anni dopo, è un adolescente che ha dovuto imparare a convivere con l’assenza, sono nomi che il processo ha nominato, enumerato, ma non ha saputo riscattare del tutto. Perché la giustizia può condannare i dirigenti, può dichiarare prescritti i funzionari provinciali, può assolvere i sindaci e i tecnici, ma non può colmare quello che Paola Ferretti chiama il «processo mozzo». E finché il segmento politico, quello che decide le priorità di bilancio e l’assegnazione delle risorse umane, rimarrà fuori dalla porta del tribunale, quella valanga continuerà a portare con sé, insieme a fango e detriti, anche la domanda inascoltata su chi, davvero, avesse il dovere di fermarla.

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