Blitz anticamorra a Santa Maria Capua Vetere, il clan usava minori come scudi penali
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Redazione Interno
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Un conflitto sanguinoso per il controllo dello spaccio, culminato in un omicidio nella notte di Capodanno e in una scia di violenze, ha portato la polizia a un'operazione di vasta portata nel rione Iacp di Santa Maria Capua Vetere. Con il supporto di oltre centoventi agenti, tra cui uomini del Reparto Prevenzione Crimine e del Reparto Volo, la Squadra mobile di Caserta ha eseguito un maxi-blitz, su mandato della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che ha smantellato un gruppo armato fortemente radicato nel territorio. L'organizzazione, che faceva capo a un uomo di 41 anni, non si limitava al traffico di sostanze stupefacenti – movimentando hashish, marijuana, cocaina, crack e ketamina – ma imponeva il proprio dominio con metodi mafiosi, estorcendo denaro e gestendo con il pugno di ferro anche l'assegnazione delle case popolari, di cui determinava arbitrariamente gli occupanti. Una pratica, quest'ultima, che evidenzia il controllo tentacolare esercitato sulla vita del quartiere, dove ogni aspetto, dalla criminalità agli alloggi, era sottoposto alla ferrea legge del clan.
Il sistema di reclutamento dei giovanissimi
Tra le diciotto misure cautelari eseguite, tre riguardano individui che all'epoca dei fatti erano minorenni, segnando un aspetto inquietante della moderna criminalità organizzata. Questi giovanissimi, infatti, non erano semplici comparse ma elementi operativi a pieno Titolo, impiegati in attività di spaccio e violenza. Alcuni di loro, secondo le indagini, offrivano le proprie prestazioni criminali in cambio di droga a prezzi vantaggiosi, venendo così intrappolati in un meccanismo perverso di dipendenza e sfruttamento. Un quadro che ha spinto il Procuratore di Napoli a parlare, senza mezzi termini, di una tendenza nazionale sempre più marcata: i minori, definiti "carne da macello e utili idioti per il crimine", rappresentano per le organizzazioni una risorsa a basso costo e a minore rischio penale, trasformandosi in veri e propri scudi umani dietro i quali proteggere i vertici.
L'omicidio e la guerra per il mercato della droga
L'indagine, che ha ricostruito con precisione gli eventi, ha fatto luce sulla dinamica che portò all'omicidio di Capodanno, episodio cardine della faida per la supremazia nel mercato degli stupefacenti. Quel delitto, seguito da una serie di risse e aggressioni intimidatorie, segnò il passaggio di consegne tra due fazioni, con il gruppo poi finito nel mirino della polizia che si sostituì al precedente, imponendo con ancora maggiore ferocia il proprio regime. La violenza, strumentale al mantenimento del potere e al controllo delle piazze di spaccio, è stata il filo conduttore delle attività dell'associazione, la cui struttura – ben organizzata e gerarchica – è stata decapitata dall'operazione odierna, con tredici persone condotte in carcere e altre poste ai domiciliari.
Il controllo del territorio e delle case popolari
Oltre al traffico di droga, elemento di profitto primario, l'inchiesta ha documentato il sistematico ricorso all'estorsione per consolidare il potere economico e, aspetto non meno grave, l'illegittima ingerenza nell'assegnazione degli alloggi di edilizia popolare. Il clan, infatti, decideva chi dovesse occupare quelle abitazioni, distorcendo le procedure pubbliche e utilizzando gli appartamenti come moneta di scambio o premio per i propri affiliati. Una modalità di controllo che, privando i cittadini onesti di un diritto fondamentale, dimostrava l'infiltrazione criminale nei gangli più vitali della società locale, rendendo il rione un feudo dove la legge dello stato era stata totalmente sostituita da quella imposta con la forza e la paura.




