Cisgiordania, notte di violenza a Jalud: coloni contro l'esercito per bloccare il rientro dei Tubasi
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Redazione Esteri
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Nella notte tra lunedì e martedì il villaggio di Jalud, nel nord della Cisgiordania, è stato teatro di scontri tra oltre cento coloni israeliani e le forze di sicurezza dello Stato ebraico, giunte sul posto per scortare una famiglia palestinese al proprio domicilio. L'operazione era stata disposta dopo che l'Alta Corte di Giustizia israeliana aveva ordinato alle autorità di garantire il rientro sicuro dei Tubasi, allontanati dalla loro casa lo scorso luglio a causa di ripetute aggressioni da parte di estremisti provenienti da un avamposto illegale sorto nelle vicinanze.
Nonostante la sentenza, la famiglia non ha potuto rientrare: i coloni hanno bloccato le strade, incendiato pneumatici e lanciato pietre contro gli agenti, ferendone tre in modo lieve. Un veicolo delle forze di sicurezza è stato danneggiato.
Il contesto: una spirale di violenza che attraversa i luoghi sacri
L'episodio di Jalud si inserisce in una settimana particolarmente densa di tensioni. Nei giorni precedenti, secondo quanto riferito dalla agenzia palestinese Wafa e ripreso da diverse testate, circa 900 coloni hanno fatto irruzione nel complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme sotto scorta delle forze di polizia, mentre i fedeli musulmani venivano allontanati con la forza.
Nella giornata di martedì l'attenzione si è spostata su Hebron, dove il ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha guidato un'irruzione nella moschea Ibrahimi, chiusa ai palestinesi e aperta ai coloni in occasione della festività ebraica di Sukkot. Il sito, che secondo la tradizione sorge sulla grotta dei Patriarchi, è diviso dal 1994 tra una sinagoga e una moschea, con accessi regolati da accordi unilaterali israeliani che ne prevedono la chiusura alternata a seconda delle ricorrenze religiose.
La famiglia Tubasi e l'esilio nella propria terra
La vicenda dei Tubasi è diventata emblematica della condizione di chi, in Cisgiordania, si trova a vivere da sfollato nella propria stessa terra. Mahmoud al-Tubasi, sessantenne, ha raccontato alla Bbc di essere stato costretto ad abbandonare l'abitazione dopo mesi di assedio, durante i quali i coloni hanno tagliato acqua ed elettricità, danneggiato la struttura e minacciato la famiglia con le armi.
L'Alta Corte, nella sua sentenza di settembre, aveva criticato le autorità israeliane per non aver adottato misure efficaci contro la violenza dei coloni, definendo il fenomeno «completamente inaccettabile» e in contrasto con i valori dello Stato. Ma quando la famiglia ha tentato di rientrare, scortata dall'esercito, si è trovata davanti a un centinaio di persone arrivate dopo che un messaggio era stato diffuso nei gruppi WhatsApp usati dagli estremisti per coordinare le proprie azioni.
Le reazioni della politica israeliana
L'episodio ha provocato una condanna insolita da parte dei vertici istituzionali israeliani. Il presidente Isaac Herzog ha parlato di «una macchia morale» e di un attacco allo stato di diritto, aggiungendo che la violenza è «profondamente contraria ai valori dell'ebraismo». Il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar ha definito i fatti «gravi e abominevoli», chiedendo che i responsabili siano processati con tutto il peso della legge.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu, dal canto suo, ha attribuito la violenza a «una piccola minoranza di facinorosi», sostenendo che essa non rappresenta la maggioranza dei coloni e che arreca danno all'insediamento ebraico. La polizia ha arrestato tre persone, tra cui due minorenni di 15 e 17 anni.
Un quadro che si aggrava da mesi
I dati delle Nazioni Unite registrano oltre 1.380 incidenti legati ai coloni nei primi sette mesi del 2026, con un'accelerazione che secondo diversi osservatori è legata all'avvicinarsi delle elezioni parlamentari israeliane di fine ottobre. La sensazione, tra i residenti dei villaggi palestinesi, è che la protezione dell'esercito non basti più: a Jalud i soldati hanno formato un cordone per mettere in salvo i Tubasi, ma non hanno potuto impedire che le loro case e la loro auto venissero date alle fiamme.
La famiglia è stata trasferita in un altro villaggio, mentre le immagini delle telecamere di sicurezza continuano a documentare la distruzione di ciò che resta della loro abitazione.
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