Dazi UE sulle plug-in cinesi, la mossa di Bruxelles e la sfida della nuova frontiera dell'auto

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   Per molte Case automobilistiche dell'Unione Europea, guardare alla Cina non rappresenta più una scelta strategica di espansione, bensì una mossa di sopravvivenza, dettata dall'urgenza di contenere i costi e restare competitive in un mercato globale che si trasforma sotto i colpi dell'elettrificazione. Ma questo sguardo verso Oriente, spesso dipinto come un'opportunità imperdibile, cela un potenziale boomerang che rischia di rivelarsi letale per il tessuto industriale del Vecchio Continente.

Per comprenderne la natura, occorre fare un passo indietro nel tempo e osservare come si è evoluto il rapporto di forza tra i due giganti dell'industria: se tra il 1994 e il 2002 i marchi occidentali entravano nel Paese del Dragone attraverso joint venture paritarie, esportando il proprio know-how meccanico in cambio di fette di un mercato immenso, oggi il vento è cambiato e soffia in direzione opposta.

Bruxelles chiude un’altra porta: dazi anche sulle plug-in cinesi

Dopo l'introduzione, nel corso del 2024, dei dazi compensativi sulle auto elettriche a batteria (BEV), la Commissione Europea sta ora preparando un nuovo pacchetto di tariffe che questa volta colpirebbe le ibride plug-in (PHEV) prodotte in Cina, come riportato dal quotidiano tedesco Handelsblatt. Una scelta, quella di Bruxelles, che arriva al termine di un'attenta valutazione delle dinamiche di mercato e che sarebbe in attesa del via libera definitivo da parte della maggioranza degli Stati membri per essere ufficialmente attuata.

Il ragionamento che sta alla base di questa stretta è piuttosto lineare, quasi scontato: i costruttori cinesi, messi in difficoltà dalle tariffe aggiuntive sulle elettriche pure, hanno rapidamente spostato il proprio baricentro produttivo e commerciale sulle ibride plug-in, veicoli che erano stati miracolosamente risparmiati dal giro di vite precedente.

Questa strategia ha permesso a marchi come Byd e agli altri player asiatici di continuare a conquistare fette di mercato in Europa, approfittando anche delle generose agevolazioni fiscali che molti Paesi europei riservano ancora oggi alle ibride ricaricabili, specialmente per quanto riguarda le flotte aziendali.

La mossa di Bruxelles, dunque, si configura come un tentativo di chiudere un varco normativo che minaccia di vanificare gli sforzi protezionistici messi in campo fino a ora, anche se resta da vedere se questa nuova barriera doganale riuscirà realmente a rallentare l'avanzata cinese o se, invece, finirà per innescare ulteriori e più sofisticate strategie di elusione.

La strategia dei costruttori cinesi cambia direzione

L'introduzione dei dazi sulle auto elettriche ha agito come un acceleratore involontario, modificando rapidamente e in modo sostanziale le strategie commerciali dei principali costruttori cinesi, che non si sono limitati a sostituire un modello con un altro, ma hanno ridefinito l'intero approccio alla conquista del mercato europeo. Se inizialmente l'offensiva si basava sull’esportazione massiccia di veicoli a batteria, sfruttando prezzi aggressivi e una filiera integrata, oggi il piano è molto più articolato e prevede un passaggio cruciale: la produzione locale.

Non si tratta più, quindi, di un semplice assalto commerciale via mare, ma di una penetrazione industriale profonda, che mira a insediare stabilimenti produttivi direttamente nel cuore dell'Europa, aggirando così le barriere doganali e avvicinandosi fisicamente al consumatore finale.

Questa evoluzione, che alcuni analisti definiscono come la seconda fase dell'espansione cinese, rappresenta una sfida epocale per l'industria automobilistica europea, perché trasforma un concorrente esterno in un attore interno, capace di beneficiare degli stessi vantaggi produttivi e logistici di cui godono le Case storiche, ma con un bagaglio tecnologico e una capacità di investimento che spesso non hanno eguali.

Non solo auto, adesso la Cina mira alle fabbriche in Europa

Per anni, la presenza dei marchi cinesi in Europa è stata misurata esclusivamente attraverso il numero di veicoli che sbarcavano dai cargo nei grandi porti continentali, un parametro quantitativo che raccontava solo una parte della storia. Oggi, però, lo scenario globale è radicalmente cambiato e la partita si gioca su un tavolo completamente diverso, quello degli investimenti diretti e delle infrastrutture produttive.

I costruttori della Repubblica Popolare non vogliono più essere semplici fornitori di prodotti finiti, ma aspirano a diventare datori di lavoro e partner industriali a tutti gli effetti, inserendosi nel tessuto economico e sociale europeo. Questo cambiamento di paradigma è evidente nelle dichiarazioni e nelle mosse concrete di aziende come Chery, che ha già annunciato piani per stabilimenti in Europa, e dello stesso Byd, che sta valutando attentamente le location per i propri siti produttivi.

La posta in gioco è altissima: se da un lato la costruzione di fabbriche cinesi in Europa potrebbe salvare posti di lavoro e attrarre investimenti, dall'altro rischia di erodere ulteriormente la quota di mercato e la rilevanza tecnologica dei costruttori autoctoni, trasformando la competizione in un corpo a corpo sul territorio di casa, dove il nemico non è più un'importazione lontana, ma un vicino di stabilimento con costi e flessibilità difficilmente eguagliabili.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.