Pogacar, l’ossessione Roubaix e il grande slam che manca alla storia

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Eddy Merckx, sempre lui. Poi Roger De Vlaeminck, e Rik Van Looy. Tre belgi, gli unici al mondo ad aver vinto tutte e cinque le Monumento. Per anni ci siamo raccontati che ormai non era più possibile per un solo corridore vincere cinque corse così lontane tra loro per indole, caratteristiche, filosofia e collocazione nel calendario: il ciclismo – ci ripetevamo – era andato verso la specializzazione più feroce, e l’era dei fenomeni capaci di vincere su tutti i terreni sembrava ormai tramontata. E poi, come spesso accade quando si parla di Tadej Pogacar, tutte quelle certezze le ha spazzate via in un amen. Avevamo già dovuto ricrederci sulla doppietta Giro-Tour, impresa riuscita al fuoriclasse sloveno e relegata al rango di precedente storico persino l’impresa di Marco Pantani; figuriamoci se non dovremo farlo ancora una volta, adesso che il campione del mondo in carica ha finalmente tolto il dente della Milano-Sanremo.

Prova a chiedere a quanti lo davano già battuto dopo la bruttissima caduta che ha preceduto la Cipressa. Praticamente tutti, come accade ogni qualvolta un fuoriclasse – per quanto forte – si trova a dover inseguire con la divisa strappata e un profondo graffio lungo la gamba. Eppure, nonostante quel momento di smarrimento in cui, come ha ammesso lui stesso, ha pensato per un secondo che fosse finita, il fenomeno si è rimesso in sella con la determinazione di chi non vuole lasciare nulla di intentato. Il recupero, l’attacco sul Poggio, la volata a due con Tom Pidcock vinta per millimetri: tutto questo racconta di un corridore che, a 27 anni, ha aggiunto alla sua collezione la Classicissima, l’ultima delle cinque gare che ancora mancava all’appello per eguagliare il mito. Ora, con Strade Bianche e Sanremo già nel carniere in questo 2026 che lo vede addirittura più forte rispetto agli altri anni, l’unico tabù rimasto è l’Inferno del Nord.

La Parigi-Roubaix, eccola, l’unica gemma incastonata in primavera tra Fiandre e Liegi che finora gli è sfuggita. L’anno scorso, al debutto, era rimasto da solo con Mathieu van der Poel – sempre loro, come ti sbagli – ma una caduta gli tolse la chance di domare i pavés da assoluto principiante. C’è chi dice che l’Inferno del Nord, per un peso piuma come lui (dieci chili meno rispetto alla media dei vincitori del XXI secolo), sia off-limits. Ma il secondo posto del 2025 ha già dimostrato che può eccellere anche lì, e la preparazione di quest’anno parla chiaro: ricognizioni anticipate a dicembre, due giornate intense sul percorso subito dopo il trionfo sulle bianche di Siena, un lavoro certosino fatto con il compagno di squadra Florian Vermeersch. In pochi, forse, ricordano che prima di sabato si diceva la stessa cosa della Sanremo: che non era una corsa per lui, che la distanza e la pianura lo avrebbero neutralizzato. Poi, invece, ha dimostrato di saper soffrire e ribaltare ogni pronostico, presentandosi al via della Roubaix – ora più che mai – non solo per partecipare, ma con l’ambizione dichiarata di portare a casa anche quella.

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