Pogacar, la Sanremo vinta e quel conto ancora aperto con la Roubaix
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Redazione Sport
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Sono bastati pochi istanti, quelli immediatamente successivi all’attraversamento della linea d’arrivo in Via Roma, per trasformare l’urlo di liberazione di Tadej Pogacar in una dichiarazione d’intenti per il futuro. Il gesto del campione del mondo, il pugno chiuso scosso in avanti con il busto ancora piegato sulla bicicletta dopo aver lanciato un rapido sguardo indietro per verificare la posizione di Tom Pidcock, non raccontava soltanto la gioia per un’ossessione finalmente esorcizzata; raccontava la consapevolezza di aver scardinato l’ultimo grande tabù di una carriera che ormai viaggia su parametri storici. Quella volata, vinta di un soffio su un avversario che aveva atteso i duecento metri prima di azzardare la sua mossa, ha regalato allo sloveno l’undicesimo Monumento in carriera, ma ha anche aperto un capitolo che il ciclismo moderno non aveva mai contemplato fino a questo punto: la possibilità concreta che un solo uomo possa, nel giro di poche settimane, mettere le mani su tutto ciò che esiste.
Pogacar è arrivato alla Classicissima di primavera con un conto in sospeso che per anni aveva rischiato di trasformarsi in un’autentica maledizione. Al sesto tentativo, dopo aver inseguito per anni una corsa ritenuta paradossalmente troppo "facile" per le sue caratteristiche di scalatore d’attacco, lo sloveno ha dovuto affrontare anche l’imprevisto più temuto: una caduta a poco più di trenta chilometri dal traguardo che sembrava destinata a riaprire le ferite di un copione già visto. E invece, come dimostra la cronaca di quei chilometri finali, la reazione è stata di una forza quasi inumana: recuperato lo svantaggio, Pogacar ha preso il comando delle operazioni sulla Cipressa, ha selezionato il gruppo e sul Poggio ha fatto quello che ormai ha abituato i suoi avversari ad aspettarsi, logorando le resistenze di Mathieu van der Poel pur non riuscendo a staccare definitivamente un Pidcock in giornata di grazia.
Proprio quella volata, la modalità con cui è arrivato il successo, restituisce l’immagine di un corridore che ha ormai completato il proprio arsenale tecnico. Non era forse la vittoria più scontata nel suo stile, quella del finale in volata a due, ma è stata la più significativa perché ha dimostrato come, anche quando le condizioni mettono in discussione la sua superiorità in salita, lo sloveno possieda le risorse per prevalere in qualsiasi contesto. L’analisi dei tempi sul Poggio – con Pogacar e Pidcock che hanno fatto segnare un crono di dieci secondi inferiore rispetto all’edizione precedente, nonostante l’assenza di una squadra a tirare e un vento contrario – spiega meglio di qualsiasi commento il salto di qualità compiuto dall’ex UAE Emirates.
L’ombra lunga del 1983 e l’eredità di Saronni
In quella stessa Via Roma, quarantatré anni prima, un altro fuoriclasse vestito di maglia iridata aveva dovuto sputare l’anima prima di piegare la Sanremo alla sua volontà. Giuseppe Saronni, oggi ricordato per i suoi successi epocali, arrivò alla Classicissima del 1983 con un peso specifico simile a quello di Pogacar: tre secondi posti consecutivi alle spalle, una fama di vincente nato e la necessità di cancellare l’ossessione. Il racconto di quella vigilia, con Saronni che radunò i compagni del Del Tongo-Colnago in camera per offrire pasticcini e spumante – ufficialmente per festeggiare l’onomastico di San Giuseppe, in realtà per stemperare la tensione – è entrato nella leggenda tanto quanto il suo scatto sul Poggio.
La strategia di Saronni, che chiedeva ai gregari di rendere selettiva la corsa ben prima dell’ingresso nella provincia di Imperia per evitare di arrivare in Via Roma con un gruppo folto di velocisti, trova oggi un parallelo perfetto nella tattica messa in atto dalla squadra di Pogacar. Il parallelo tra i due campioni non si ferma però al numero di tentativi necessari per vincere: riguarda la sensazione di "completezza" che entrambi hanno trasmesso nel momento del trionfo. Se Saronni utilizzò il ritiro a sorpresa dalla Tirreno-Adriatico per preservare le energie, rischiando critiche feroci che poi la vittoria spazzò via, Pogacar ha dovuto gestire la pressione di un calendario che lo vede protagonista su tutti i fronti.
C’è però una differenza sostanziale tra l’epopea di Saronni e quella che si sta scrivendo oggi. Mentre il campione di Parabiago chiuse definitivamente i conti con la Sanremo nel 1983, per Pogacar quella di sabato rappresenta non un punto d’arrivo, ma un’accelerazione verso un obiettivo che nessuno, nemmeno Eddy Merckx nei suoi anni d’oro, ha mai centrato nella storia del ciclismo maschile. Con cinque Monumenti all’attivo in una singola stagione – un’impresa mai riuscita a nessuno – lo sloveno si gioca l’ingresso in un club riservato ai più grandi di tutti i tempi, ma con una particolarità: a separarlo da questo traguardo epocale restano solo due gare, una delle quali, la Parigi-Roubaix, è tradizionalmente considerata il terreno di caccia proibito per uno scalatore.
La sfida dell’Inferno del Nord e il peso dei 120 anni di storia
Mentre Pogacar riflette sul tempo necessario per metabolizzare una vittoria arrivata in modo così tribolato, l’attenzione si sposta inevitabilmente verso il Nord della Francia. La Parigi-Roubaix, l’unico Monumento che manca nella sua bacheca personale dopo la conquista della Sanremo, rappresenta l’ultimo grande enigma. Il dato è eloquente: nel ventunesimo secolo, i vincitori al Velodromo di Roubaix hanno avuto un peso medio di circa 77 chilogrammi, ben dieci in più rispetto alla ratura del campione sloveno. Eppure, il secondo posto dello scorso anno alla sua prima partecipazione, quando si trovò a giocarsi la vittoria con Mathieu van der Poel prima di una caduta fatale, ha cancellato ogni scetticismo.
L’analisi di quello che accadrà tra poche settimane sull’asfalto e sui settori in pavé della Foresta di Arenberg parte proprio da qui: dalla consapevolezza che Pogacar, dopo aver scardinato la logica che voleva la Sanremo come una corsa troppo facile per lui, sta cambiando le coordinate del ciclismo moderno. I rivali lo sanno, e la sconfitta patita da Van der Poel a Sanremo avrà certamente un peso psicologico nella preparazione delle classiche delle Fiandre. Lo sloveno, dal canto suo, ha già annunciato che arriverà al via con una squadra fortissima e con l’obiettivo dichiarato di vincere entrambe le gare, un’ambizione che solo pochi anni fa sarebbe sembrata follia.
Mentre la cronaca sportiva si concentra sulle prossime battaglie, Sanremo si appresta a celebrare il legame profondo con la propria storia attraverso un altro grande evento. Da oggi fino al 29 marzo, la città dei fiori si trasforma in un palcoscenico a cielo aperto per "Sanremo in Fiore", manifestazione che quest’anno assume un significato particolare per la celebrazione della XVII Rievocazione Storica della Coppa Milano-Sanremo. La gara di auto d’epoca, la più blasonata d’Italia, festeggia infatti i 120 anni dalla sua nascita, avvenuta nel 1906 per iniziativa di Camillo Costamagna, allora direttore della Gazzetta dello Sport.
Più di novanta equipaggi sono attesi per un percorso che supera i mille chilometri, attraversando Lombardia, Piemonte e la Riviera ligure prima di confluire nel cuore di Sanremo. Sabato 28 marzo, le auto storiche sfileranno da Portosole fino a Corso Imperatrice, di fronte all’Europa Palace, in un suggestivo connubio tra il fascino senza tempo dei motori e la tradizione floricola della città, mentre il tributo sul circuito di Ospedaletti domenica 29 chiuderà idealmente il cerchio di una settimana che celebra tradizione, innovazione e memoria storica.
In questo intreccio di storie – quella di Pogacar che corre dietro un sogno impossibile, quella di Saronni che esorcizzò la sua ossessione con un brindisi a base di pasticcini, e quella di una città che si prepara a omaggiare centoventi anni di competizioni su quattro ruote – si legge il filo conduttore di uno sport che vive di ossessioni. Lo sguardo rapido che Pogacar ha gettato alla sua sinistra dopo il traguardo, quello per verificare dove fosse Pidcock, era lo stesso di chi sa che il tempo per le celebrazioni è breve. Perché nel ciclismo, come nella storia dei grandi eventi sportivi, il conto non si chiude mai del tutto. E adesso, il debito più grande – quella Roubaix che manca all’appello – è diventato l’unica cosa che conta.




