Il centrismo europeo resiste all’avanzata sovranista: Dan vince in Romania, ma il fronte Est resta in bilico
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Redazione Esteri
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Mentre l’Europa osserva con apprensione la crescita delle forze nazional-populiste, il ballottaggio delle presidenziali romene ha ribaltato i pronostici, consegnando la vittoria a Nicușor Dan, esponente di un centrismo pragmatico che ha saputo coagulare il voto anti-estremista. Con il 53,6% dei consensi, il sindaco di Bucarest ha superato il rivale George Simion, leader di un movimento che, cavalcando retoriche trumpiane, ha fatto del sovranismo la propria bandiera. Un risultato che, seppur netto, non cancella le tensioni in un Paese dove la polarizzazione rimane alta e dove l’affermazione delle destre radicali – come dimostrano quasi il 47% dei voti raccolti da Simion – continua a rappresentare una minaccia concreta.
La Romania non è un caso isolato. Lo stesso giorno, in Polonia, le urne hanno registrato un’impennata dei gruppi neofascisti, mentre in Portogallo la destra moderata ha consolidato la propria presenza. Se da un lato il successo di Dan offre un argine alla deriva illiberale, dall’altro conferma una geografia politica sempre più frammentata, in cui l’europeismo fatica a trovare una voce unitaria. La differenza, come spesso accade, sta nella capacità di coalizzarsi: a Bucarest, i centristi hanno evitato divisioni, a differenza di quanto avviene in Italia, dove la galassia riformista appare dispersa in micro-conflitti.
Quello che emerge dalle urne è uno scenario in cui l’Est europeo gioca un ruolo decisivo per gli equilibri continentali. La Polonia, con il suo governo diviso tra tentazioni autoritarie e spinte filo-Ue, e la Romania, dove l’asse atlantista di Dan dovrà fare i conti con un parlamento ancora influenzato dalle destre, sono solo due tasselli di un mosaico più ampio. Intanto, a Lisbona, l’affermazione della coalizione di centro-destra suggerisce che il declino della socialdemocrazia non è un’eccezione, ma un fenomeno trasversale.




