La Romania sceglie l’europeista Dan, mentre in Polonia avanzano i neofascisti e in Portogallo resiste la destra
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Redazione Esteri
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Una domenica di votazioni in tre Paesi chiave dell’Unione Europea ha restituito risultati che, seppure diversi, confermano una tendenza già emersa negli ultimi anni: il progressismo fatica a riconquistare terreno, mentre le forze conservatrici, nazionaliste o apertamente sovraniste continuano a raccogliere consensi, anche quando non trionfano. In Romania, il ballottaggio delle presidenziali ha premiato Nicușor Dan, candidato centrista ed europeista, che con il 53,6% dei voti ha superato il rivale George Simion, esponente di un movimento di estrema destra vicino alle posizioni di Donald Trump. Simion, che nel corso della campagna ha fatto leva su retoriche anti-establishment e filorusse, si è fermato al 46,4%, nonostante il tentativo di presentarsi come difensore di un nazionalismo conservatore in sintonia con quello del presidente americano.
Quella rumena è stata un’elezione particolarmente significativa, non solo per l’esito ma anche per il contesto in cui si è svolta. A novembre, il primo turno era stato annullato a causa di sospette ingerenze esterne, riaccendendo il dibattito sulle interferenze russe nei processi democratici europei. Dan, matematico di formazione e già sindaco di Bucarest, ha costruito la sua vittoria puntando su un messaggio di riforma del sistema politico, senza però rinunciare a un chiaro allineamento con Bruxelles. Simion, dal canto suo, ha cavalcato l’onda del malcontento verso le élite, ma senza riuscire a coagulare attorno alla sua figura quel sentimento anti-europeo che in altri Paesi, come dimostra il caso polacco, si è tradotto in successi elettorali più netti.
Proprio in Polonia, infatti, i risultati hanno registrato un’avanzata delle formazioni neofasciste, che pur non vincendo hanno consolidato la propria presenza in Parlamento, complicando ulteriormente uno scenario già frammentato. Se la destra tradizionale mantiene una posizione dominante, l’irruzione di gruppi più radicali rischia di spostare ulteriormente l’asse del dibattito politico, con ripercussioni non solo a livello nazionale ma anche nelle relazioni con l’Ue.
Diverso, invece, il quadro portoghese, dove le elezioni hanno confermato il predominio della coalizione di centrodestra, che continua a governare nonostante il calo di consensi. Qui, a differenza della Romania o della Polonia, la sinistra non è riuscita a capitalizzare il malessere sociale, restando ai margini di un confronto sempre più polarizzato tra moderati e conservatori.
Quello che emerge da questa tornata elettorale è un’Europa in cui le divisioni tra europeisti e sovranisti non si sono affatto appianate, ma anzi si sono riproposte con nuove sfumature. Se in Romania il voto ha premiato un riformatore che ha saputo intercettare la stanchezza verso la corruzione senza rinnegare i valori comunitari, altrove – come in Polonia – la crisi del progressismo ha lasciato spazio a derive più estreme. Senza contare che, in tutti e tre i Paesi, l’ombra delle ingerenze straniere e il peso delle politiche migratorie hanno giocato un ruolo non secondario, dimostrando come certi temi, pur declinati in modi diversi, continuino a influenzare gli elettorati.




