Il ritorno del Bund ai massimi del 2011 e il test di Moody’s: la guerra entra nel portafoglio
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Redazione Economia
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La cronaca finanziaria di questi giorni restituisce un’immagine chiara dell’impatto che le tensioni geopolitiche, in particolare l’escalation in Iran, stanno producendo sui mercati obbligazionari: il portafoglio degli investitori, tradizionalmente considerato un rifugio sicuro, sta subendo una trasformazione violenta, dove l’asset per eccellenza difensivo – il debito sovrano – diventa terreno di scontro. Ieri, il rendimento del Bund decennale tedesco, il benchmark europeo per eccellenza, ha toccato un picco del 3,13% nel corso della seduta, un livello che non si registrava dal lontano 2011, quando la zona euro era sconvolta dalla crisi dei debiti sovrani. Questa impennata, che ha portato il differenziale tra il nostro Btp e il Titolo tedesco ad allargarsi fino a toccare i 100 punti base (per poi attestarsi in chiusura a 94, rispetto agli 88 del giorno precedente), racconta di una dinamica di mercato complessa, dove l’avversione al rischio non si traduce in un semplice "fuga verso la qualità" ma in un movimento di deleveraging diffuso.
L’effetto Iran e la dinamica dei rendimenti globali
La seduta di ieri si è inserita in un contesto di generale rialzo dei rendimenti obbligazionari globali, un fenomeno che ha visto il nostro Btp decennale riavvicinarsi pericolosamente alla soglia psicologica del 4% (chiudendo al 4% esatto), mentre il Treasury americano decennale si attesta su livelli ben più alti, intorno al 4,4%. L’escalation militare in Iran ha agito come un acceleratore, innescando una fase tipicamente definita "risk-off". Tuttavia, ciò che rende questa fase peculiare è la reazione di asset tradizionalmente considerati rifugio, come l’oro, il quale, giunto allo scoppio della crisi su valutazioni particolarmente tirate, non ha offerto la protezione sperata, subendo anzi un movimento di prese di profitto. Gli analisti descrivono questo comportamento come il risultato di una stretta creditizia improvvisa (deleveraging), in cui gli operatori, per far fronte a richieste di margine o per ridurre l’esposizione complessiva al rischio, vendono anche i titoli più sicuri, provocando un rialzo generalizzato dei rendimenti e un’inversione delle normali correlazioni di mercato. Il differenziale con l’Italia, in questo contesto, si è allargato a 100 punti base – un livello che segnala come gli investitori richiedano un premio per il rischio aggiuntivo dell’1% per detenere titoli italiani al posto di quelli tedeschi – un segnale di nervosismo che il mercato primario, con le aste di fine mese, ha già assorbito solo in parte.
Il rating in bilico tra promozioni e nuove incertezze
In questo quadro di tensione, l’appuntamento con le agenzie di rating assume un peso specifico ancora più rilevante. Venerdì 27 marzo, a mercati chiusi, Moody’s pubblicherà la sua valutazione sul debito pubblico italiano, un giudizio atteso dopo la promozione di novembre scorso, quando l’agenzia alzò il rating da Baa3 a Baa2, corredato da un outlook stabile. Quella promozione, che faceva seguito a una serie di sette miglioramenti da parte delle principali agenzie internazionali nell’arco di un anno, aveva chiuso un ciclo positivo per i titoli di Stato italiani, suggellando la percezione di una maggiore stabilità politica e di un miglioramento dei conti pubblici, in parte sostenuto dagli investimenti del Pnrr. Moody’s, nel comunicare la decisione di novembre, aveva sottolineato come il quadro politico e l’efficacia delle riforme giustificassero il passo avanti, pur rimanendo consapevole dell’elevato livello del debito pubblico, previsto ancora oltre il 137% del Pil.
Lo spread e il nodo della fiducia
L’attuale livello dello spread, seppur in allargamento, va letto alla luce di questo recente passato. Il differenziale di rendimento, infatti, non è soltanto un termometro della salute economica, ma riflette la percezione del rischio di credito da parte degli investitori internazionali: quando questi ultimi ritengono più probabile l’insolvenza o, più semplicemente, più rischioso l’investimento, richiedono un interesse maggiore. Il fatto che il rendimento del Bund salga contemporaneamente a quello del Btp indica, come accennato, che la causa principale del movimento non è esclusivamente un deterioramento del merito di credito italiano, ma una più ampia riallocazione globale dei capitali. L’impennata dei rendimenti dei bond globali, con il T-Bond americano al 4,4%, è un fenomeno che trascende i singoli Paesi ed è alimentato dalle attese di inflazione legate al rincaro delle materie prime energetiche, conseguenza diretta del conflitto in corso.
L’incrocio tra mercato secondario e giudizio delle agenzie
Questa fase di turbolenza, che ha visto ieri il nostro Btp decennale balzare dal 3,83% al 4% sul mercato secondario, si intreccia quindi con l’imminente verifica da parte di Moody’s. Il rating, che arriva a mercati chiusi, sarà scrutato con attenzione non tanto per il giudizio in sé, ma per l’eventuale modifica dell’outlook e per le considerazioni sull’impatto dello scenario geopolitico sulle prospettive di crescita e di finanza pubblica. La promozione di novembre aveva rappresentato un punto di svolta, ma l’attuale contesto di tassi in salita e di incertezza internazionale rischia di mettere alla prova la tenuta di quei miglioramenti. Il recente rialzo dei rendimenti nelle aste dei Bot e dei Btp, con il costo del finanziamento che torna a salire, riduce i margini di manovra e riporta l’attenzione sulla sostenibilità del debito nel medio termine, un aspetto che gli analisti delle agenzie di rating non potranno ignorare nel loro report. L’aumento dello spread, se da un lato riflette un rischio maggiore, dall’altro offre rendimenti più alti per chi decide di entrare ora, ma il giudizio di Moody’s contribuirà a definire se questo premio sia sufficiente a compensare le nuove incertezze.




