Audio choc e inchiesta, il presidente del Canton Ticino Zali sotto pressione: le deleghe restituite e le richieste di dimissioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Claudio Zali, il presidente del Consiglio di Stato del Canton Ticino, si trova al centro di una bufera politica senza precedenti. L'esponente della Lega dei Ticinesi, che fino a pochi giorni fa ricopriva anche il ruolo di direttore del Dipartimento del territorio oltre a detenere le delicate deleghe alla giustizia e alla polizia, è finito nell'occhio del ciclone a causa della diffusione di alcuni audio compromettenti su Instagram.

Queste registrazioni, la cui autenticità sarebbe stata verificata dai media locali come la Radiotelevisione svizzera di lingua italiana, hanno innescato una reazione a catena che ha travolto il governo cantonale, portando alla richiesta unanime di dimissioni da parte di quasi tutte le forze politiche, fatta eccezione per il suo stesso partito.

«Riempila di botte», il contenuto degli audio che ha scosso il Ticino

I file audio, risalenti a conversazioni private avvenute tra il 2022 e il 2023, ritraggono un uomo, identificato dalla sua interlocutrice come Claudio Zali, mentre consiglia a una donna come gestire una presunta stalker. Le parole utilizzate dal presidente del Consiglio di Stato sono di una gravità inaudita: "Ma riempila di botte, sotto casa sua", si sente dire, aggiungendo poi, con un'inquietante ammissione personale: "Io quando è venuta a casa mia l’ho pestata".

In un'altra parte della registrazione, la conversazione vira verso un tono ancor più minaccioso quando Zali, parlando di un presunto "amico di Milano", fa intendere la possibilità di ricorrere a terze persone per risolvere la questione con la forza, citando addirittura George Orwell per giustificare l'uso del dolore fisico come strumento di dissuasione.

Il profilo social che ha diffuso le registrazioni è stato rimosso, ma il danno politico era ormai fatto. La vicenda ha scosso profondamente l'opinione pubblica e le istituzioni, sollevando un interrogativo sulla compatibilità tra il ruolo istituzionale di massima autorità cantonale e l'incitamento alla violenza, soprattutto in un'area sensibile come quella della violenza di genere.

A fronte di queste rivelazioni, Zali ha scelto una linea difensiva incentrata sulla difesa della propria privacy, dichiarandosi vittima di una registrazione illecita e annunciando querele penali, anche contro i presidenti di PLR, Centro e PS che gli avevano chiesto pubblici chiarimenti.

Un secondo fronte giudiziario: l'inchiesta per abuso d'autorità

La bufera mediatica per gli audio non è stato però l'unico fronte a cui Zali ha dovuto far fronte. A complicare ulteriormente la sua posizione, si è aggiunta la notizia dell'apertura di un procedimento penale a suo carico da parte della procura cantonale. Le indagini, che vedono Zali indagato per le ipotesi di reato di abuso di autorità e tentata coazione, riguardano un episodio del tutto separato: il presunto intervento indebito del presidente del Consiglio di Stato a favore di un ragazzo di 14 anni detenuto nell'istituto minorile della Farera di Lugano.

Secondo quanto ricostruito, Zali, che è anche il responsabile politico della giustizia, avrebbe convocato nel suo ufficio, lo scorso 9 giugno, funzionari e la giudice minorile per sollecitare il trasferimento del minore, figlio di una sua conoscente, arrivando persino a offrirsi di ospitarlo a casa propria. A questo si aggiunge un ulteriore caso, emerso in seguito, riguardante una presunta pressione esercitata sull'Ente Ospedaliero Cantonale per favorire l'assunzione di un'amica, con tanto di mail dai toni intimidatori e la minaccia di rendere pubblica la vicenda.

Il cumulo di questi episodi ha di fatto minato la credibilità politica e istituzionale di Zali, portando il Consiglio di Stato a riunirsi in seduta straordinaria.

La reazione politica: dal passo indietro alle deleghe alla richiesta di dimissioni

Di fronte alla tempesta perfetta, la prima mossa di Claudio Zali è stata quella di annunciare la restituzione temporanea delle deleghe alla giustizia e alla polizia, affidate alla vicepresidente Marina Carobbio Guscetti, in attesa che gli accertamenti chiariscano la sua posizione. Un passo che il governo ha preso atto, ma che non è bastato a placare le polemiche. L'ipotesi del siluramento è stata infatti subito accantonata, ma la richiesta di dimissioni è diventata trasversale e pressante, quasi unanime tra i partiti dell'arco parlamentare ticinese.

Il Partito Socialista, attraverso una nota ufficiale, ha parlato di una "posizione non più sostenibile", definendo le frasi attribuite a Zali "inaccettabili" e chiedendogli di fare un passo indietro per tutelare il buon nome delle istituzioni. L'MPS, con un appello pubblico, ha sottolineato come la permanenza di Zali in governo rischi di compromettere la credibilità dell'intero Consiglio di Stato.

Anche i Verdi si sono detti "sconcertati", mentre l'UDC ha rotto il silenzio definendo Zali "inadeguato" e chiedendo le dimissioni immediate, sottolineando come, pur nel rispetto della presunzione d'innocenza, il problema sia ormai di "gravissima responsabilità politica e integrità morale".

Il collettivo femminista "Io l'8 ogni giorno" ha annunciato un presidio pubblico per il 29 luglio a Bellinzona, per chiedere le dimissioni immediate di Zali, mentre il presidente del Consiglio di Stato, da parte sua, ha ribadito la volontà di non dimettersi e di portare in tribunale i suoi accusatori, lasciando la politica ticinese in una fase di stallo, in attesa degli sviluppi giudiziari e politici della vicenda.

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