Fabrizio Palermo lascia Mps e nella baca senese si liberano due poltrone, tra l’avvocato di Urso e Caltagirone jr

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che già navigava in acque tutt’altro che tranquille dopo l’insediamento del nuovo vertice, si trova ora a fare i conti con una defezione di peso, carica di implicazioni subtili per gli equilibri interni. Fabrizio Palermo, che è sì amministratore delegato di Acea ma sedeva nel cda della banca senese in qualità di amministratore indipendente nonché componente del comitato per le operazioni con le parti correlate, ha rassegnato le proprie dimissioni con decorrenza immediata. A darne notizia, nella tarda serata di ieri, è stata una secca nota diffusa dallo stesso istituto creditizio, nella quale si specifica che Palermo non condivide – e il condizionale, in questi casi, è pura formalità – «le recenti determinazioni in materia di governance». Un’uscita, la sua, che molti osservatori non hanno esitato a definire una vera e propria porta sbattuta sugli artigli di un braccio di ferro sotterraneo, forse neppure tanto sotterraneo.

Lo scontro strisciante nel nuovo cda e le dimissioni immediate

Le acque, per la precisione, restano agitate. E la fonte dell’agitazione è ben identificabile in quel duro scontro che, secondo quanto ricostruito da fonti stampa come l’Ansa, si sta consumando tra la maggioranza – espressione della lista di Plt Holding, che fa capo all’amministratore delegato Luigi Lovaglio e al presidente Cesare Bisoni – e la minoranza rappresentata invece dalla lista del board uscente. In questo contesto di tensioni crescenti, le dimissioni di Palermo non rappresentano un fulmine a ciel sereno, quanto piuttosto il sintomo di una frattura ormai insanabile sulle scelte di governo societario. La banca, dal canto suo, si è limitata a prendere atto delle dimissioni senza aggiungere particolari, se non quelli già contenuti nella nota ufficiale: un riserbo che, a chi conosce i meccanismi dei cda quotati, dice molto più di quanto taccia.

L’effetto collaterale: due posti per due candidati potenti

Proprio quell’addio polemico, per quanto magari rapidamente metabolizzato dal management rimasto, porta con sé un effetto collaterale di non poco conto. La poltrona lasciata vacante da Palermo – che, è bene ricordarlo, è un indipendente – finirà infatti per mantenere in sella un altro membro, o meglio per certificare una presenza che altrimenti sarebbe stata a rischio. Si tratta di Gianluca Brancadoro, avvocato vicino a Fratelli d’Italia e per lungo tempo uomo di fiducia del ministro Urso, nonché già vicepresidente dell’istituto in quota governo-ministero dell’Economia. La sua posizione, legata a doppio filo agli equilibri politici che ancora gravitano attorno a Mps, esce rafforzata da questo addio. Parallelamente, però, si libera anche uno spazio per un altro nome pesante: quello di Alessandro Caltagirone jr, figlio del costruttore romano, che potrà così ambire a un seggio senza dover scavalcare altri candidati della stessa area.

Nodi di governance e una maggioranza in affanno

La decisione di Palermo, insomma, riaccende i riflettori su un tema che Mps avrebbe forse voluto tenere lontano dalle prime pagine: la fragilità degli equilibri interni a un consiglio nato già con pesanti ipoteche di rappresentanza. L’indipendenza formale di alcuni consiglieri, come quella che lo stesso Palermo rivendicava dimettendosi, viene così a scontrarsi con la logica spicciola degli schieramenti. E se Lovaglio e Bisoni tentano di governare la maggioranza, la minoranza (della lista uscente) trova proprio in figure come Brancadoro un punto di riferimento stabile. Quanto a Caltagirone jr, il suo ingresso – non ancora formalizzato ma dato per probabile – non farebbe che aggiungere un ulteriore strato a una governance già di per sé complessa. Il tutto mentre il Monte dei Paschi, che della stabilità decisionale avrebbe un disperato bisogno, si ritrova a gestire un’altra vicenda interna che profuma di resa dei conti.

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