Pil 2026, la Liguria vola sopra la media italiana: 1,1% secondo le stime Confesercenti. Napoli quarta tra i capoluoghi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Secondo le ultime proiezioni elaborate dal CER per conto di Confesercenti, la Liguria si appresta a chiudere il 2026 con un incremento del Prodotto interno lordo pari all'1,1%, un dato che supera la previsione media nazionale fissata allo 0,9% dall'Ufficio parlamentare di bilancio.

A comunicarlo sono stati Matteo Campora e Federico Bogliolo, esponenti di Vince Liguria, i quali hanno sottolineato come questa performance collochi la regione tra i territori più vivaci del Paese, confermando la solidità di un sistema economico che, nonostante le incertezze internazionali, continua a mostrare segnali di resilienza e capacità di spesa.

Un risultato, quello ligure, che assume un peso particolare se letto in controluce rispetto alle dinamiche che attraversano il resto della penisola, dove le disparità territoriali restano un tema caldo e irrisolto, capace di condizionare le scelte di politica economica e gli orientamenti degli investitori.

Il motore Napoli e la spinta del Mezzogiorno

Se la Liguria brilla per la sua crescita superiore alla media, è però il capoluogo campano a catturare l'attenzione degli analisti per la sua capacità di traino sull'intero Sud. Napoli, infatti, si posiziona al quarto posto tra le città capoluogo d'Italia per crescita stimata del Pil, con un incremento previsto dell'1,5%, una cifra che la pone a un soffio da Bolzano, Roma e Milano, distanziata di appena tre decimi dalla città altoatesina e di un solo decimo dalle due metropoli.

I numeri contenuti nel dossier di Confesercenti dipingono il ritratto di una città che ormai agisce da locomotiva per l'intero Mezzogiorno, contribuendo a compensare, almeno in parte, le difficoltà strutturali che affliggono altre aree del sud Italia e che rischiano di essere aggravate dagli effetti dell'inflazione e dalle crisi internazionali.

Un ruolo, quello di Napoli, che gli stessi estensori del rapporto definiscono come "città brand internazionale", un marchio in grado di attrarre risorse e competenze oltre i confini regionali, alimentando un circolo virtuoso che va ben al di là del semplice comparto turistico.

La mappa del divario: Bolzano al top, il Sud schiacciato

La fotografia scattata dalle stime CER-Confesercenti restituisce tuttavia un quadro profondamente disomogeneo, dove il divario storico tra Nord e Sud si ripropone con evidenza quasi plastica. Il Trentino-Alto Adige si conferma la regione più ricca del Paese, con una crescita che supera di gran lunga quella di molte aree meridionali, mentre la Valle d'Aosta, pur essendo un'eccezione nel panorama settentrionale, rappresenta l'unico territorio in contrazione, un'isolata nota dolente in un contesto generalmente positivo.

Ma è nel confronto tra i capoluoghi che il divario diventa più tangibile: Bolzano supera Roma e Milano in termini di dinamicità economica pro capite, mentre Reggio Calabria, schiacciata dagli effetti dell'inflazione e da una congiuntura interna sfavorevole, arranca in fondo alla classifica, simbolo di un Sud che fatica a tenere il passo.

Bari, pur restando alle spalle di Napoli, tenta di ritagliarsi un ruolo da protagonista, ma il dato complessivo parla chiaro: la crescita italiana del 2026, prevista allo 0,9%, non riesce a distribuirsi in modo uniforme e rischia di acuire le disuguaglianze tra le aree forti e quelle deboli del Paese.

Prospettive economiche tra investimenti e fragilità strutturali

La lettura incrociata dei dati regionali e comunali offre uno spaccato dell'economia italiana che premia le realtà capaci di investire in innovazione e infrastrutture, come nel caso della Liguria, ma evidenzia anche la fragilità di quei territori che, come molte aree del Sud, restano esposti alla volatilità dei prezzi e alle tensioni internazionali.

Mentre Napoli dimostra che una gestione oculata delle risorse e una proiezione internazionale possono fare la differenza, il divario con città come Reggio Calabria o con le stesse province meridionali meno dinamiche pone interrogativi sulla tenuta del modello di sviluppo italiano.

Le stime di Confesercenti, pur offrendo uno scenario di crescita moderata per il 2026, non nascondono le criticità: l'inflazione erode il potere d'acquisto delle famiglie e le imprese, specialmente quelle del terziario, devono fare i conti con una domanda interna che resta debole e con un contesto geopolitico che genera incertezza.

I numeri, in questo senso, parlano di un'Italia a due velocità, dove la capacità di generare valore si concentra in poche eccellenze mentre il resto del Paese fatica a mantenere il passo, e dove la sfida per i prossimi anni sarà quella di trasformare le buone performance locali in un volano per l'intero sistema nazionale.

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