Sarno, il dolore e la pioggia per l’addio a Gaetano Russo; il caso della fotografia in carcere finisce al ministero
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Redazione Interno
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La bara di legno chiaro, coperta di rose color avorio e garofani rossi, è uscita dalla panetteria di piazza Sabotino poco dopo le quattordici e trenta, portata a spalla dai colleghi e dagli amici di una vita, e la pioggia sottile e persistente – quella stessa che martedì scorso aveva lavato via il sangue dal selciato – ha accompagnato il corteo fino alla cattedrale di Episcopio, dove il feretro di Gaetano Russo, sessantun anni, panettiere, è stato accolto dal silenzio pesante di migliaia di persone -1-6. All’interno del duomo, gremito fino all’ultimo banco, il rito funebre è scandito dai singhiozzi trattenuti a stento dalla moglie Filomena Belmonte, la quale, sorretta dai tre figli – Raimondo, Maria Angela e Cristina – non riesce a staccare lo sguardo da quella bara; e Cristina, la più giovane, quella che quella notte era con lui nel negozio, quella che ha visto il coltello alzarsi e abbattersi sul Corpo del padre, ha trovato la forza di dire, davanti a tutti, che Sirica non ha avuto pietà e che lei vuole giustizia -6.
Il dolore, però, non è l’unico sentimento che tiene stretta Sarno in queste ore. Accanto alla sofferenza della famiglia – e all’abbraccio freddo delle istituzioni, rappresentate dal sindaco Francesco Squillante, che ha proclamato il lutto cittadino – si insinua la rabbia, alimentata da un’immagine diventata virale sui social network e rilanciata persino da un parlamentare -4-7. Andrea Sirica, il trentaquattrenne accusato di aver inferto almeno quindici coltellate a Gaetano Russo – nove delle quali, concentrate nell’addome, sono risultate fatali secondo l’autopsia condotta dal medico legale Francesca Consalvo su incarico della Procura di Nocera Inferiore – è stato fotografato insieme al fratello Daniele, anche lui detenuto, all’interno della casa circondariale di Fuorni -2-4-7. I due, ritratti in un selfie, sorridevano; e quella fotografia, scattata verosimilmente durante o subito dopo un colloquio, è uscita dal carcere ed è finita su un profilo Instagram, acceso e poi spento dopo le prime polemiche, scatenando un’indagine interna voluta dal direttore Carlo Brunetti per accertare chi abbia fornito il dispositivo, come sia stato possibile utilizzarlo e, soprattutto, chi ne abbia autorizzato la diffusione verso l’esterno -4-7-9.
L’ombra del selfie e l’esposto al guardasigilli
La vicenda, già di per sé drammatica per la ferocia del gesto – un’aggressione che non ha lasciato scampo a Russo, il quale, secondo i primi accertamenti, non avrebbe neppure fatto in tempo a rendersi conto di quanto stava accadendo – ha assunto così una piega istituzionale -2-8. Il deputato Francesco Emilio Borrelli, dopo aver ricevuto e ripubblicato lo scatto, ha formalmente richiesto il trasferimento dei due fratelli in penitenziari distinti, lamentando la debolezza di un sistema che consente a un indagato per omicidio pluriaggravato di disporre quasi subito di un telefono e di aprire un profilo social -9. Ma la richiesta di chiarimenti non si è fermata ai vertici del carcere salernitano: un dossier completo sull’accaduto è stato indirizzato al ministro della Giustizia Carlo Nordio, affinché la gestione della sicurezza interna e la disciplina delle comunicazioni dei detenuti vengano sottoposte a una verifica di più alto livello -4-6.
Mentre la politica e l’amministrazione penitenziaria si interrogano sulle responsabilità di quella fotografia, Sirica, assistito dal suo difensore, continua a mantenere un atteggiamento processuale ondivago. Davanti al giudice per le indagini preliminari Giuseppe Palumbo, nell’udienza di convalida, il trentaquattrenne si è presentato confuso, agitato, incapace di rispondere alle domande o di fornire una propria versione dei fatti, limitandosi a chiedere di essere interrogato successivamente dal pubblico ministero Federica Loconte, titolare del fascicolo d’inchiesta -3. La Procura, intanto, ha disposto una perizia tossicologica e psichiatrica completa: si dovrà accertare se Sirica, al momento dell’omicidio, fosse o meno in grado di intendere e di volere – lui che, poche ore prima di uccidere, era entrato nella chiesa di San Teodoro Martire con una radiolina accesa, disturbando la recita del rosario, ed era stato allontanato con garbo dal parroco, don Antonio Agovino, il quale ha ricordato come Gaetano Russo fosse solito offrire da mangiare a quell’uomo senza chiedere nulla in cambio -3-5-8.
Il corteo silenzioso e i palloncini rossi sotto la pioggia
Nei giorni che hanno preceduto il funerale, Sarno non ha smesso di cercare un contatto con la memoria di Gaetano Russo. Venerdì sera, davanti alla saracinesca abbassata della panetteria, si è tenuta una veglia di preghiera spontanea: Filomena Belmonte è scesa in strada sorretta dai nipoti, portando con sé tre palloncini rossi e due bianchi, e li ha legati alla fotografia del marito esposta sul cavalletto, mentre il traffico automobilistico – incurante o distratto – scorreva a pochi metri senza che alcun agente avesse disposto la chiusura della strada -3. L’assenza di rappresentanti istituzionali in quell’occasione era stata notata, così come era stata notata la solitudine di quella donna che stringeva i lacci dei palloncini perché il vento non li portasse via troppo presto.
Oggi, invece, la città si è fermata. Il corteo funebre, partito a piedi da via Bracigliano, ha attraversato lentamente il quartiere, si è soffermato un istante davanti alla saracinesca chiusa del negozio, ed è proseguito fino alla cattedrale -1-6. Il parroco, nell’omelia, non ha parlato di odio né di vendetta; ha scelto di ricordare l’uomo che apriva il negozio tutte le mattine presto, che conosceva i nomi dei clienti, che dava un panino a chi non poteva permetterselo. E mentre la folla si stringeva sotto i portati per ripararsi dall’acqua, dentro la chiesa si sentiva solo il pianto della vedova e la voce rotta della figlia che chiedeva giustizia, senza sconti, senza dimenticanze -6-10.
Quindici coltellate e un’aggressione senza tregua
Le risultanze dell’autopsia, depositate informalmente presso la segreteria della Procura di Nocera Inferiore, hanno restituito la fotografia nitida e crudele di un massacro: quindici colpi, quasi tutti inferti con una lama lunga – lo stesso coltello che Russo teneva sul banco del salumiere per affettare i salumi –, nove dei quali hanno reciso organi vitali, provocando un’emorragia interna rapidissima e inarrestabile -2-8. La consulente della Procura, Francesca Consalvo, coadiuvata dal perito di parte nominato dall’avvocato Giovanni Annunziata per la famiglia della vittima, ha stimato che la morte sia sopraggiunta nel giro di pochi secondi; il che lascia supporre che Gaetano Russo, sorpreso alle spalle o affrontato frontalmente mentre tentava di mettere in salvo la figlia diciannovenne, non abbia avuto neppure il tempo di gridare o di alzare le mani a difesa -2-8.
Le indagini, coordinate dal pm Federica Loconte, dovranno ora chiarire se l’aggressione sia stata preceduta da un tentativo di rapina – si sospetta che Sirica possa aver chiesto il denaro del registratore di cassa – o se la furia omicida sia scattata esclusivamente quando la figlia del panettiere, aprendo la porta per un gesto di consuetudinaria ospitalità, si è trovata di fronte quell’uomo alterato che inveiva e che pretendeva lo spegnimento delle telecamere di sorveglianza -8-10. E mentre la città seppellisce il suo panettiere, e il ministro riceve il fascicolo sulla fotografia in carcere, l’unica domanda – quella che nessuna perizia potrà mai rispondere – rimane sospesa nell’aria umida di Sarno: perché un uomo che riceveva aiuto, cibo, e perfino la pazienza di una comunità intera, ha deciso di ripagare tutto questo con quindici coltellate.




