L’Anm replica a Meloni: «Nessun disegno eversivo, la politica non comprende la separazione dei poteri»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «I magistrati non fanno politica, fanno il loro mestiere ogni giorno nonostante insulti, intimidazioni e una campagna costante di delegittimazione che danneggia i fondamenti stessi del nostro Stato democratico». Con queste parole, nette e senza ambiguità, la giunta esecutiva dell’Associazione nazionale magistrati ha risposto alle accuse mosse dalla premier Giorgia Meloni, che in un’intervista al Corriere della Sera aveva evocato l’esistenza di un «disegno» avverso all’esecutivo.

L’Anm, attraverso una nota ufficiale, ha ribadito che «non esiste alcun progetto mirato a indebolire il governo», aggiungendo che affermare il contrario significa «non comprendere il funzionamento della separazione dei poteri». Un richiamo esplicito alla Costituzione, che assegna alla magistratura il compito di amministrare la giustizia «in nome del popolo», sottolineando come i giudici siano «soggetti soltanto alla legge».

La replica dell’associazione arriva dopo le dichiarazioni della premier, che aveva commentato l’archiviazione del caso Almasri – in cui era stata coinvolta personalmente – e il rinvio a giudizio di alcuni esponenti politici, interpretandoli come attacchi preordinati. Rocco Maruotti, segretario generale dell’Anm, ha respinto con fermezza ogni accusa, sottolineando come i magistrati operino «senza condizionamenti», nonostante quello che definisce un clima di «ostilità crescente».

«La giustizia non è un campo di battaglia politica», ha aggiunto Maruotti, ricordando che «neppure chi ha vinto le elezioni può fare ciò che vuole». Un passaggio che suona come un monito, mentre il dibattito sull’indipendenza della magistratura torna a infiammarsi.

La nota dell’Anm, senza citare direttamente Meloni, ha il tono di una difesa d’ufficio dell’autonomia giudiziaria, minacciata – secondo l’associazione – da una narrazione che trasforma ogni atto giudiziario in un atto di ostilità. «Decidono i giudici», si legge ancora, in un chiaro riferimento al principio per cui le sentenze non dovrebbero essere strumentalizzate.

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