Teheran minaccia i siti turistici globali, l’Idf allarga i raid in Siria e Trump attacca i “codardi” della Nato

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’escalation verbale che accompagna il conflitto in corso ha raggiunto nelle ultime ore un nuovo, preoccupante registro, con Teheran che allarga il perimetro della minaccia ben oltre i confini mediorientali. Il generale Abolfazl Shekarchi, portavoce delle Forze armate iraniane, ha lanciato un avvertimento esplicito: le destinazioni turistiche, i parchi e le aree ricreative in qualsiasi parte del mondo non rappresenteranno più un luogo sicuro per i “nemici” della Repubblica islamica. Una dichiarazione, questa, che giunge in un contesto di pesanti bombardamenti israelo-americani sul territorio iraniano, i quali hanno recentemente portato all’uccisione di un altro alto profilo militare, il portavoce dei Pasdaran Ali Mohammad Naeini, subito dopo che quest’ultimo aveva rivendicato la capacità di Teheran di continuare a produrre missili nonostante le difficoltà belliche.

Le parole del generale Shekarchi, riprese dalla televisione di Stato iraniana, si inseriscono in una precisa strategia di ritorsione psicologica che mira a ribaltare il concetto di vulnerabilità: l’eliminazione dei vertici militari e politici iraniani, secondo questa ottica, non andrebbe letta come un successo avversario, bensì come il sintomo di una “impotenza e disperazione” da parte di chi li ha colpiti. Una narrazione, quella della resilienza a ogni costo, che trova eco nelle recenti esortazioni della Guida Suprema Mojtaba Khamenei – subentrato dopo l’assassinio del padre nei primi giorni del conflitto – il quale ha esplicitamente invitato le proprie forze a privare della sicurezza i nemici di Teheran.

Il raid israeliano nel sud della Siria e le ripercussioni economiche

Il fronte del conflitto si è allargato ulteriormente nella notte, con le Forze di Difesa Israeliane (Idf) che hanno rivendicato un attacco mirato nel sud della Siria. L’operazione, secondo quanto si legge in un post pubblicato sulla piattaforma X dall’esercito israeliano, costituirebbe una rappresaglia diretta per gli attacchi subiti dalla popolazione drusa nella zona di Sweida. Nell’annuncio, l’Idf ha specificato di aver preso di mira un centro di comando e depositi di armi appartenenti al regime siriano, sottolineando con una frase incidentale – che ne rivela la determinazione – di non tollerare alcuna minaccia nei confronti della comunità drusa, impegnandosi a monitorare costantemente gli sviluppi nella regione meridionale siriana per agire di conseguenza.

Sul fronte economico, il conflitto sta mettendo a dura prova gli equilibri globali: dopo gli attacchi che hanno preso di mira infrastrutture energetiche chiave, il Kuwait ha denunciato un nuovo raid con droni contro la sua raffineria di Mina Al-Ahmadi, già danneggiata nei giorni precedenti. Lo spettro di una crisi energetica si fa sempre più concreto a causa del blocco dello Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per una fetta consistente del petrolio mondiale. Gli Stati Uniti, in risposta a questa situazione di stallo, stanno accelerando il dispiegamento di un contingente militare composto da navi e migliaia di marines nell’area del Golfo, mentre da sei Paesi – tra i quali figura anche l’Italia – è arrivata la proposta di un piano di sicurezza specifico per lo Stretto di Hormuz, finalizzato a scongiurare il collasso dei traffici commerciali.

La rottura diplomatica tra Stati Uniti e alleati Nato

Sullo sfondo della crisi iraniana emerge, con crescente evidenza, una frattura profonda all’interno dell’alleanza atlantica. Il presidente americano Donald Trump – tornato alla Casa Bianca – ha scelto toni durissimi nei confronti dei partner europei, accusandoli di codardia di fronte alle difficoltà operative nello Stretto di Hormuz. In un intervento pubblicato su Truth Social, il capo della Casa Bianca ha definito i membri della Nato “codardi” e ha messo in guardia gli alleati sul fatto che gli Stati Uniti serberanno memoria di questo atteggiamento, aggiungendo in una delle sue frasi più pungenti che senza il contributo americano l’alleanza si ridurrebbe a una “tigre di carta”.

Una posizione, quella di Trump, che riflette una crescente insofferenza per quella che viene percepita come una mancanza di sostegno pratico in un’operazione militare che, nelle intenzioni della Casa Bianca, avrebbe dovuto ricevere un contributo più ampio. Le critiche presidenziali si inseriscono in un clima già teso dalle recenti dichiarazioni del segretario di Stato americano, mentre il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha approfittato di queste divisioni per mettere in guardia gli europei dal sostenere attivamente Usa e Israele, cercando di dissuaderli dal fornire ulteriore supporto logistico o politico alle operazioni in corso.

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