Il caro-carburanti e l’accusa degli autotrasportatori: “Rincari speculativi, per molti di noi conviene restare fermi”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’escalation del conflitto in Medio Oriente, con il teatro di guerra che si è allargato all’Iran, non sta soltanto facendo tremare gli equilibri geopolitici, ma si sta riversando come una scure sulle imprese di autotrasporto e sull’intera filiera produttiva del Paese. Se il prezzo del petrolio, dopo un’iniziale lieve frenata, è tornato a galoppare verso quota ottantasette dollari al barile per il Brent e il Wti ha superato gli ottantaquattro dollari, a subire l’impatto più violento sono i listini alla pompa, che in pochi giorni hanno bruciato ogni precedente record. Il grido d’allarme che sale dalla categoria è unanime nel definire questi aumenti come una pura speculazione di mercato, slegata dai reali costi di approvvigionamento e alimentata dall’onda lunga dell’emergenza internazionale. Riccardo Gervasoni, responsabile di CNA Fita Lombardia Nord Ovest, non usa mezzi termini nell’evidenziare l’anomalia della situazione: l’incremento che ci si sarebbe potuti attendere nell’arco di diverse settimane si è invece concretizzato in un balzo di trenta centesimi in appena tre giorni, un'accelerazione che rende insostenibile la pianificazione economica per chi vive di strada.

L’impennata dei costi e l’effetto sulle catene di approvvigionamento

Il riflesso di questa crisi, che trova le sue radici nell’instabilità dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per il transito del greggio, è già stato misurato in termini concreti sulle tratte autostradali e non solo. Il diesel, carburante principe per i mezzi pesanti, veleggia ormai stabilmente verso i due euro al litro, con punte che in alcune regioni come la Puglia hanno visto il prezzo del gasolio schizzare a livelli che rasentano l’incredibile, toccando in alcuni distributori quasi i due euro e ventitré centesimi, come denunciato dalle cronache locali. Una stangata che, secondo le prime stime delle associazioni di categoria, si tradurrà in un aggravio di diverse migliaia di euro l’anno per ogni singolo mezzo pesante, una cifra che rischia di diventare insostenibile per le piccole e medie imprese del settore. Non si tratta, però, di un danno che rimane confinato ai tir e ai bisonti della strada: l’aumento del costo del trasporto, come un’onda lunga, si ripercuote inevitabilmente sul prezzo finale di tutti i beni di consumo, dalle derrate alimentari ai manufatti industriali, mettendo a repentaglio la tenuta stessa delle catene di approvvigionamento.

Lo scenario agricolo e il paradosso dei listini

Se l’autotrasporto subisce il contraccolpo in prima linea, l’agricoltura, che di quei mezzi necessita per portare i prodotti sui mercati, si trova stretta in una doppia morsa. Da un lato, infatti, cresce il costo del gasolio agricolo, passato nel giro di pochi giorni da novanta centesimi a un euro e venti al litro, una voce che incide pesantemente sulle lavorazioni dei campi e sulla gestione delle serre. Dall’altro, come sottolineato dalla Cia Agricoltori Italiani della Puglia, si registra un’impennata altrettanto preoccupante del prezzo dei concimi, saliti del trenta per cento, e di tutti gli altri input energetici, che minano alla base la redditività di aziende già provate dalle fluttuazioni climatiche e di mercato. Ciò che appare paradossale agli operatori del settore è la velocità con cui i listini dei carburanti vengono adeguati al rialzo in corrispondenza delle tensioni internazionali, mentre altrettanto non avviene, o avviene con una lentezza esasperante, quando le quotazioni del greggio tendono a diminuire. Un meccanismo, questo, che molti definiscono come una consuetudine commerciale ormai consolidata, ma che in momenti di crisi come quello attuale assume i contorni di una vera e propria tassa occulta su imprese e famiglie.

La reazione del governo e il monitoraggio dei prezzi

Di fronte a questa escalation che minaccia di innescare una spirale inflazionistica difficile da controllare, il governo ha tentato di correre ai ripari attivando gli strumenti a propria disposizione. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy ha convocato d’urgenza la Commissione di allerta rapida, l’organismo presieduto dal cosiddetto "Mister Prezzi" Benedetto Mineo, con l’obiettivo di avviare un monitoraggio serrato su tutta la filiera dei carburanti, dai listini consigliati dalle compagnie fino ai prezzi finali esposti alla pompa. L’attenzione dell’esecutivo si è concentrata in particolare sulla necessità di verificare l’eventuale esistenza di comportamenti scorretti o di rialzi ingiustificati, specialmente alla luce del fatto che i carburanti attualmente in vendita provengono da scorte acquistate e raffinate in mesi precedenti, quando le quotazioni del petrolio erano significativamente più basse. Un’anomalia, questa, che alimenta il sospetto di speculazioni da parte di alcune compagnie petrolifere, le quali, approfittando del clima di incertezza, avrebbero ritoccato i prezzi al rialzo ben oltre il reale incremento dei costi di produzione.

La posizione dei trasportatori tra sostenibilità e fermo tecnico

In questo clima di incertezza e di costi che lievitano di ora in ora, la reazione degli autotrasportatori si fa sempre più dura e decisa. Se da un lato le associazioni chiedono a gran voce misure di sostegno immediate, come un credito d’imposta straordinario finanziato con l’extra-gettito Iva derivante proprio dagli aumenti dei carburanti, dall’altro inizia a farsi strada una considerazione amara e paradossale: per molti operatori, in questo momento, la convenienza economica starebbe addirittura nello spegnere i motori e tenere i mezzi fermi in rimessa. L’ipotesi, tutt’altro che peregrina, nasce dal semplice calcolo dei costi: se il prezzo del gasolio erode completamente il margine di guadagno su ogni singola tratta, portare a termine una consegna diventa un’operazione in perdita. Una prospettiva che, se dovesse concretizzarsi su larga scala, provocherebbe il blocco di fatto della logistica nazionale, con conseguenze facilmente immaginabili sugli scaffali dei supermercati e sulle forniture alle industrie. Il paradosso è che a pagare il prezzo più alto di questa crisi potrebbero essere proprio coloro che garantiscono quotidianamente il movimento delle merci, costretti ora a confrontarsi con un’equazione che non torna più.

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