Mélenchon, la quarta volta dell’insubordinazione: “Sono il più preparato per il 2027”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dopo aver mancato l’appuntamento con la storia per soli 421mila voti, il leader de La France Insoumise ci riprova. È ufficiale: Jean-Luc Mélenchon ha gettato il cappello nell’arena per l’Eliseo, annunciando la sua quarta candidatura consecutiva alla presidenza della Repubblica durante il telegiornale delle 20 su TF1. Una scelta, la sua, che arriva a un anno esatto dal primo turno del scrutinio, forte del via libera ricevuto in giornata dai parlamentari del movimento. “Noi siamo a posto, è tutto chiaro”, ha dichiarato ai microfoni, “c’è una squadra, un programma e un solo candidato”.

Il rammarico del 2022 e lo scenario internazionale

La memoria di chi lo sostiene non può dimenticare il risultato del 2022, quando Mélenchon si fermò a un passo dal ballottaggio. Quella volta, con il 21,95% delle preferenze, si dovette inchinare al duo composto da Emmanuel Macron e Marine Le Pen, restando escluso dalla sfida decisiva per un margine di poco superiore alle quattrocentomila firme. Un’eliminazione dolorosa che ora il leader della sinistra radicale intende vendicare, anche se il contesto globale appare radicalmente mutato. Intervistato in serata, l’ex candidato ha giustificato la sua discesa in campo con le turbolenze internazionali, parlando esplicitamente della “minaccia di una guerra generalizzata” e dei cambiamenti climatici, fattori che – a suo dire – rendono necessaria una guida esperta. “Senza voler gettare panico, ma per essere onesti, stiamo entrando in una stagione molto turbolenta della storia mondiale”, ha ammonito, rivendicando per sé il ruolo di chi è “il più preparato” all’interno della sua formazione politica.

La sfida al Rassemblement National e le urne

Lo sguardo del candidato è già puntato sul principale antagonista. Nonostante i sondaggi attuali diano per favorito il partito di Jordan Bardella, il Rassemblement National, Mélenchon ha voluto ribaltare la prospettiva, definendo la destra lepenista il suo “avversario principale”. In una delle sue rare battute offensive della serata, ha liquidato il presunto favoritismo dell’avversario con un secco “onestamente, non ci credo”, arrivando a promettere una sconfitta sonora per le urne del 2027. Una posizione, la sua, che mira a ricompattare quella sinistra frammentata che nel 2022 lo vide contendente unico capace di catalizzare il voto progressista, ma che oggi appare più divisa che mai sulle primarie e sulle alleanze.

Le reazioni immediate nell’emiciclo politico

Se Mélenchon si mostra sicuro di sé e del proprio programma – lo stesso “L’avenir en commun” aggiornato e arricchito da nuove misure come la sesta Repubblica – la sua investitura non è passata inosservata tra gli avversari. Già nella serata di domenica, dalle file del partito di Marine Le Pen sono arrivate le prime stoccate. Il deputato Jean-Philippe Tanguy, su X, non ha perso tempo nel ridimensionare l’entusiasmo del leader di LFI, ironizzando sul “suspense insostenibile” della candidatura e accusandolo di fare il gioco del sistema. “Il Rassemblement National ha sempre battuto LFI”, ha scritto Tanguy, anticipando quello che si preannuncia come un duello politico serrato nei mesi a venire, con il candidato della sinistra radicale costretto a difendersi anche dagli attacchi interni degli alleati socialisti ed ecologisti, che lo giudicano troppo divisivo per sperare in una vittoria finale.

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