La notte di Valverde al Bernabeu e la prova contraddittoria di Donnarumma tra parate e incertezze
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Redazione Sport
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C’è una immagine, al minuto cinquantasette del secondo tempo, che restituisce la complessità della prestazione di Gianluigi Donnarumma nel match di Champions League perso dal suo Manchester City contro il Real Madrid. L’estremo difensore italiano, dopo aver subito tre reti nel primo tempo per mano di un incontenibile Federico Valverde, si trova di fronte Vinícius Junior dal dischetto. È lui, Donnarumma, ad aver provocato il calcio di rigore, atterrando il brasiliano in piena area, eppure la sua reazione è quella di chi non molla: intuisce l’angolo, respinge, nega il poker ai blancos e regala ai suoi un barlume di dignità in una serata altrimenti storta.
Quel gesto tecnico, pulito e decisivo, convive però con i fantasmi dei primi quarantacinque minuti, quando lo stesso portiere è apparso in balia degli eventi. Perché la notte del Bernabeu, quella del 3-0 rifilato ai campioni d’Europa in carica, racconta anche la doppia anima del numero uno azzurro. Da una parte c’è il Donnarumma reattivo, quello che nel finale si oppone anche a Brahim Diaz evitando che il passivo diventi più pesante; dall’altra c’è il portiere in difficoltà nelle uscite, quello che al ventesimo minuto subisce la giocata di Valverde senza opporsi con la necessaria decisione. L’azione del primo gol madrileno, per intenderci, è una di quelle che gli addetti ai lavori ameranno analizzare: il lancio lungo di Thibaut Courtois, l’errore di misura di Nico O’Reilly, e poi quel dribbling dell’uruguaiano che salta Donnarumma come fosse un birillo, depositando in rete a porta vuota.
Un primo tempo da dimenticare e il peso delle responsabilità
La sensazione, rivedendo le immagini, è che il portiere del City abbia vissuto una frazione di gioco sulla montagna russa. Sul secondo gol, quello del raddoppio firmato ancora da Valverde al minuto ventisette, la conclusione di sinistro è imparabile, certo, ma l’impressione è che la barriera e il posizionamento lascino a desiderare. Poi arriva il terzo schiaffo, al quarantaduesimo: lo stop volante di Valverde, il sombrero su Marc Guehi e la conclusione al volo che si insacca. Donnarumma osserva, forse prova a ipotizzare la traiettoria, ma il pallone è già lontano. È in quel momento che il volto dell’italiano, inquadrato dalle telecamere, racconta più di qualsiasi analisi tattica: smarrimento, frustrazione, la consapevolezza di una serata storta che però non gli impedirà, nella ripresa, di rialzare la testa.
C’è chi dirà che senza quelle parate finali, incluso il rigore, si parlerebbe di una débâcle totale. E forse è vero. Ma nel calcio delle grandi occasioni, e soprattutto in partite come queste, il confine tra l’eroe e il colpevole è spesso sottile quanto la linea di porta. La prestazione di Donnarumma, al netto dei tre gol subiti, pone interrogativi sulla sua capacità di gestire certi momenti, lui che in carriera ha vinto un Europeo parando rigori decisivi. La differenza, forse, sta nella continuità durante i novanta minuti, in quella concentrazione ferrea che non può permettersi cali, specialmente quando hai davanti uno scatenato Valverde.
La macchina perfetta di Arbeloa e l’involuzione degli ospiti
Se Donnarumma è stato l’emblema delle contraddizioni cittadine, dall’altra parte del campo c’è la sicurezza granitica di Thibaut Courtois, autore non solo di parate fondamentali ma anche dell’assist per il primo gol di Valverde. Il belga, a fine partita, parlerà di professionalità e rispetto per il lavoro, allontanando le voci di un presunto malcontento nello spogliatoio: "Non siamo all’asilo, siamo professionisti", ha sbottato rispondendo a chi ipotizzava influenze negative dei giocatori sulle scelte tecniche. Una stoccata indiretta, forse, a chi cerca sempre alibi, ma anche la fotografia di un ambiente che, nonostante le voci di crisi, sa compattarsi nelle notti che contano.
Perché il Real Madrid sceso in campo contro il City è una squadra che ha dentro sette assenze pesanti, comprese quelle di Kylian Mbappé e Jude Bellingham, e che affida la propria mediana a un diciottenne come Thiago Pitarch. Eppure, l’undici di Álvaro Arbeloa, alla sua prima grande prova da tecnico, ha letteralmente dominato, annullando il centrocampo di Guardiola e colpendo con una voracità sorprendente. I ragazzi di Donnarumma, dal canto loro, hanno pagato a caro prezzo l’ingenuità difensiva e l’incapacità di reagire allo shock dei primi venti minuti. La sensazione, guardando Savinho e Doku arrancare contro le linee strette dei blancos, è che la banda di Pep abbia subito il fascino del Bernabeu, quel qualcosa in più che in queste competizioni spesso fa la differenza.
Ora, per Donnarumma e compagni, restano novanta minuti all’Etihad per tentare un’impresa che sui campi d’Europa riesce a pochi. Il portiere italiano, nella conferenza della vigilia, aveva chiesto controllo e gestione delle emozioni, consapevole di dover affrontare un ambiente caldo e una squadra giovane e affamata. Parole profetiche, a ripensarci, ma che si sono trasformate in un boomerang. Perché le emozioni, ieri sera, hanno giocato un brutto scherzo a lui e ai suoi compagni, travolti da un uragano uruguaiano che per un’ora li ha fatti sentire piccoli, piccolissimi. E il riscatto del rigore parato, per quanto nobile, non basterà a cancellare la sensazione di una serata in cui il baratro è stato sfiorato, se non proprio toccato con mano.




