Il conflitto con l’Iran si allarga al Mediterraneo: abbattuto un missile diretto in Turchia, affondata una fregata al largo dello Sri Lanka

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il quinto giorno di ostilità, inaugurato dall’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele, segna un’estensione del raggio d’azione della guerra che dall’area del Golfo si proietta ora verso il Mediterraneo orientale e le rotte oceaniche dell’Oceano Indiano. Le difese aeree della Nato, come confermato dal ministero della Difesa turco, sono intervenute ieri intercettando un missile balistico lanciato dall’Iran che, dopo aver sorvolato Iraq e Siria, si dirigeva verso lo spazio aereo della Turchia. I frammenti del razzo intercettore sono precipitati nella provincia di Hatay, al confine con la Siria, senza causare vittime, ma l’episodio porta il conflitto virtualmente ai confini terrestri dell’Alleanza Atlantica, considerando che Ankara, membro Nato, condivide centinaia di chilometri di frontiera con l’Iran.

Parallelamente all’incidente che ha coinvolto la Turchia, il teatro bellico si è spostato ben oltre i confini mediorientali. Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha reso noto che un sottomarino statunitense ha silurato e affondato una nave da guerra iraniana in acque internazionali, a circa quaranta chilometri dalle coste dello Sri Lanka. Si tratta della fregata Iris Dena, una nave della classe Moudge che in quel momento stava facendo ritorno da un’esercitazione navale alla quale aveva partecipato nelle acque del Bangladesh su invito della marina indiana. I soccorritori dello Sri Lanka, intervenuti a seguito di una richiesta di assistenza, hanno recuperato ottanta corpi senza vita tra i membri dell’equipaggio, mentre una trentina di superstiti, molti in gravi condizioni, sono stati trasportati in un ospedale di Galle. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito l’accaduto un’atrocità, sottolineando come la nave sia stata colpita senza preavviso mentre fungeva da ospite della marina indiana, e ha lanciato moniti sulla pericolosità del precedente che Washington ha inteso stabilire.

L’ombra della diplomazia segreta e la strategia del caos

Nonostante la durezza degli scontri e la retorica bellicista che emerge dai comunicati ufficiali, nelle pieghe del conflitto si muovono tentativi di comunicazione indiretta. Fonti citate dal New York Times riferiscono che funzionari del ministero dell’Intelligence iraniano, attraverso i canali di un paese terzo, avrebbero manifestato alla Cia una disponibilità a discutere le condizioni per una cessazione delle ostilità. L’iniziativa, tuttavia, viene valutata con estremo scetticismo dagli apparati di sicurezza americani e incontra la ferma opposizione degli alleati israeliani, i quali spingono per una campagna della durata di alcune settimane, finalizzata a infliggere danni irreversibili alle capacità militari di Teheran. Da parte iraniana, fonti ufficiali hanno prontamente smentito attraverso l’agenzia semi-ufficiale Tasnim, bollando la ricostruzione come menzogna e guerra psicologica.

Sul terreno, quella che Teheran sta mettendo in atto appare una vera e propria strategia del caos, con attacchi che non si limitano più a Israele e alle basi statunitensi presenti in Iraq, ma che nelle ultime ore hanno preso di mira obiettivi o interessi in Qatar, negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait e persino a Cipro, dove basi britanniche sono finite sotto la minaccia di droni. L’obiettivo, per come appare leggibile dagli analisti, è quello di allargare il perimetro del conflitto, mettere sotto pressione l’intera regione del Golfo e colpire gli interessi economici occidentali, in particolare il traffico energetico, nella speranza di rendere il costo della guerra insostenibile per le economie industrializzate.

L’intricata posizione della Turchia e il fattore Nato

L’intercettazione del missile nei cieli di Hatay pone la Turchia in una posizione di delicatissimo equilibrio. Da un lato, Ankara ha attivato i meccanismi di difesa collettiva dell’Alleanza, ricevendo solidarietà immediata da Bruxelles e da Washington; dall’altro, non può ignorare i legami diplomatici e commerciali di lunga data con Teheran, con la quale ha condiviso negli ultimi anni complesse mediazioni regionali. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha contattato il suo omologo iraniano per sottolineare la necessità di evitare ogni azione che possa ulteriormente espandere il conflitto. La possibilità che Ankara possa essere trascinata in una guerra su vasta scala è concreta, e l’eventuale attivazione dell’articolo 5 del trattato Nato, che considera l’attacco a un membro come un attacco a tutti, rappresenterebbe uno scenario di portata incalcolabile, anche se il Pentagono per ora esclude che l’episodio del missile possa innescare una risposta automatica di tale portata.

Le ripercussioni economiche e le crepe nell’alleanza occidentale

Mentre i prezzi del petrolio e del gas registrano impennate e il traffico nello Stretto di Hormuz, punto nevralgico per il transito energetico globale, risulta paralizzato, emergono anche le prime crepe nel fronte occidentale. La Spagna di Pedro Sánchez ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle proprie basi militari per le operazioni contro l’Iran, scatenando la reazione di Donald Trump che ha minacciato ritorsioni commerciali contro Madrid. Diversa la posizione della Germania, con il cancelliere Friedrich Merz che, dopo un colloquio alla Casa Bianca, ha offerto un sostegno di massima all’operazione, seppur auspicando una rapida conclusione e una strategia condivisa per il dopo-guerra. Francia e Gran Bretagna, pur ponendosi in una postura difensiva e concedendo un utilizzo limitato delle proprie basi, hanno rafforzato la loro presenza militare nel Mediterraneo orientale a protezione di Cipro e delle infrastrutture energetiche. L’estensione del conflitto, con i suoi riflessi sulle forniture energetiche e sulla stabilità di un’area già di per sé fragile, comincia a mostrare tutto il suo potenziale dirompente sugli equilibri globali.

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