Il missile dall’Iran intercettato dalla Nato e la fregata affondata: la duplice azione che allarga il conflitto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’escalation in Medio Oriente ha varcato una nuova soglia mercoledì 4 marzo, quando un missile balistico lanciato dall’Iran e diretto verso lo spazio aereo turco è stato intercettato e distrutto dai sistemi di difesa della Nato schierati nel Mediterraneo orientale. Quasi in simultanea, a migliaia di chilometri di distanza, nell’Oceano Indiano al largo dello Sri Lanka, una fregata iraniana è stata presa di mira e affondata da un siluro lanciato da un sottomarino statunitense, in quella che è stata definita la prima azione del genere dalla Seconda guerra mondiale. Due eventi distinti ma temporalmente coincidenti che delineano i contorni di uno scontro dall’ampiezza geografica senza precedenti negli ultimi decenni.

Il ministero della Difesa turco ha confermato che il proiettile, rilevato subito dopo il lancio dal territorio iraniano, ha sorvolato l’Iraq e la Siria prima di puntare verso la Turchia, venendo prontamente neutralizzato “in modo tempestivo”. Sebbene fonti anonime citate dall’agenzia AFP ipotizzassero che il missile potesse essere destinato a una base nell’area di Cipro e avesse semplicemente deviato dalla rotta, la traiettoria ha comunque richiesto l’intervento dell’Alleanza Atlantica, che per bocca della portavoce Allison Hart ha condannato “il targeting della Turchia da parte dell’Iran” ribadendo la piena solidarietà ad Ankara. Sul territorio turco, nella provincia meridionale di Hatay, sono stati rinvenuti frammenti che le autorità hanno ricondotto ai munizionamenti utilizzati per l’intercettazione, scongiurando danni a terra o vittime.

Il presidente Recep Tayyip Erdogan, pur mantenendo tradizionalmente canali aperti con Teheran e avendo criticato in passato le iniziative militari israeliane e statunitensi nella regione, ha assunto una posizione ferma, dichiarando che la Turchia sta emettendo “avvertimenti” per prevenire il ripetersi di simili minacce missilistiche. Il suo ministro degli Esteri, Hakan Fidan, ha avuto un colloquio telefonico con l’omologo iraniano Abbas Araghchi, durante il quale ha trasmesso la reazione di Ankara sottolineando al contempo la necessità imperativa di evitare passi che possano condurre a un’ulteriore diffusione del conflitto. Un monito che arriva dopo che Fidan aveva già definito la strategia iraniana di colpire indistintamente i paesi del Golfo, inclusi quelli che avevano tentato una mediazione, come “incredibilmente sbagliata”.

Parallelamente alla crisi missilistica, l’azione navale statunitense ha inferto un duro colpo alla marina iraniana. Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha confermato dal Pentagono che un sottomarino ha silurato e affondato la fregata IRIS Dena, una nave della classe Moudge che stava facendo ritorno da una esercitazione navale multinazionale nel Golfo del Bengala. Secondo le autorità dello Sri Lanka, che hanno coordinato le operazioni di soccorso dopo la richiesta di aiuto, a bordo vi erano circa 180 membri dell’equipaggio: i soccorritori hanno recuperato decine di corpi senza vita e tratto in salvo alcuni superstiti, mentre molti altri risultano dispersi. Il capo dello Stato Maggiore Congiunto americano, generale Dan Caine, ha definito l’operazione una dimostrazione della capacità di “cacciare, trovare e uccidere” una nave nemica al di fuori dell’area di crisi tradizionale, un’azione che solo gli Stati Uniti avrebbero potuto condurre su questa scala.

La posizione dell’Italia e il nodo delle basi

Mentre la comunità internazionale osserva l’allargarsi del teatro bellico, l’Italia cerca di destreggiarsi in una posizione di crescente complessità. A Palazzo Chigi si è tenuto un vertice di coordinamento presieduto dalla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con i vicepremier e i ministri competenti per analizzare gli sviluppi e le ricadute economiche della crisi. Nella giornata di domani, giovedì 5 marzo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto riferiranno alle Camere sull’evoluzione del quadro internazionale, un passaggio istituzionale obbligato per fare il punto sulla situazione e sulle eventuali iniziative del governo. Al centro del dibattito, inevitabilmente, finirà la questione delicatissima dell’utilizzo delle basi militari presenti sul territorio nazionale da parte degli Stati Uniti, un tema che costringe Roma a bilanciare i legami atlantici con la necessità di non essere trascinata in un confloglio diretto.

Le ripercussioni sul traffico marittimo e le nuove presenze europee

Il moltiplicarsi degli attacchi ha avuto un impatto immediato e drammatico su una delle rotte commerciali più strategiche al mondo. Il traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale, ha subito un crollo verticale stimato intorno al 90%, un dato che da solo testimonia la paralisi degli scambi e il livello di allerta delle petroliere e dei cargo. In questo scenario, diverse nazioni europee stanno rafforzando la propria presenza militare nell’area a scopo difensivo: il Regno Unito ha già attivato assetti per la protezione dei cieli di Giordania e Iraq, inviando la nave militare Dragon a Cipro, mentre la Francia ha fatto partire rinforzi aerei e navali con la portaerei Charles de Gaulle. Una mobilitazione che Teheran ha già ammonito di considerare, qualora assumesse connotazioni attive, un potenziale “atto di guerra”.

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