Il G7 pensa alle riserve petrolifere mentre l’Iran designa il successore di Khamenei e la crisi si allarga al Bahrein
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Redazione Esteri
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Il massiccio attacco condotto nelle ultime ore contro gli impianti petroliferi iraniani, con le immagini dei depositi di carburante in fiamme che hanno fatto il giro del mondo, ha proiettato i prezzi del greggio verso quota centodieci dollari al barile, innescando una reazione a catena sui mercati internazionali e costringendo i ministri delle Finanze del G7 a convocare una riunione d’emergenza in videoconferenza. L’escalation militare, che vede le forze israeliane e statunitensi impegnate in una serie di raid mirati nel cuore della Repubblica Islamica, si intreccia ora con una crisi energetica dagli effetti potenzialmente devastanti per l’economia globale: fonti vicine all’Eliseo hanno confermato che i paesi del gruppo stanno valutando seriamente l’ipotesi di un rilascio coordinato delle riserve strategiche, un meccanismo di emergenza gestito dall’Agenzia Internazionale dell’Energia per far fronte a improvvise interruzioni dell’approvvigionamento. Si parla di una immissione sul mercato di una quantità compresa tra i trecento e i quattrocento milioni di barili, una mossa che richiederebbe il consenso unanime dei membri e che mira a contenere una spirale inflazionistica che, negli Stati Uniti, ha già fatto schizzare il prezzo medio della benzina, diventando un potenziale grattacapo per l’amministrazione Trump.
Mentre l’occidente cerca di tamponare gli effetti collaterali del conflitto, la situazione sul terreno evolve rapidamente, con ripercussioni che vanno oltre i confini iraniani. Nelle prime ore di lunedì, un drone in avvicinamento ha colpito la regione di Sitra, nel Bahrein, un’area densamente popolata a sud della capitale Manama, ferendo trentadue civili, tra i quali diversi bambini e un lattante di appena due mesi. Fonti ufficiali locali, citate dall’agenzia di stampa nazionale, hanno riferito che quattro dei feriti versano in condizioni critiche e che alcuni di loro sono stati sottoposti a interventi chirurgici a causa della gravità delle lesioni riportate agli arti inferiori e al volto. L’azione, attribuita a Teheran, rappresenta un allargamento del raggio d’azione del conflitto e una risposta diretta alle operazioni militari che, nei giorni scorsi, hanno portato all’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema scomparsa in un bombardamento nella fase iniziale dell’offensiva congiunta israelo-americana.
A complicare ulteriormente il quadro, e a suggellare la volontà di Teheran di proseguire sulla strada dello scontro, è giunta la notizia della designazione del nuovo leader. L’Assemblea degli Esperti, il potente consesso di ottantotto religiosi, ha rotto gli indugi e scelto Mojtaba Khamenei, figlio cinquantaseienne del defunto ayatollah, come prossima Guida Suprema dell’Iran. La decisione, anticipata da alcuni membri dell’assemblea come Hosseinali Eshkevari con dichiarazioni inequivocabili sul fatto che "il nome di Khamenei continuerà a esistere", pone alla guida del paese una figura di primo piano dell’ala più dura, cresciuta all’ombra del padre e da anni considerata l’eminenza grigia del regime, con legami strettissimi con i pasdaran e un’idea di governo incentrata sulla repressione del dissenso interno e sulla lotta senza quartiere al "Grande Satana" americano. La successione dinastica, in un sistema teocratico che non aveva mai visto un passaggio di testimone così diretto, rappresenta una sfida aperta alle dichiarazioni del presidente Trump, che aveva pubblicamente definito Mojtaba inaccettabile per il ruolo, e chiude definitivamente ogni spiraglio a una soluzione negoziata del conflitto.




