Decimo giorno di guerra, Khamenei jr alla guida dell'Iran. Scontri in Libano e droni sul Bahrein, petrolio alle stelle

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il conflitto in Medio Oriente entra nel suo decimo giorno, segnando una svolta cruciale con l'elezione della nuova Guida suprema dell'Iran, avvenuta all'indomani della morte dell'ayatollah Ali Khamenei, ucciso – lo ricordiamo – nelle prime ore dell'attacco israeliano su Teheran. L'Assemblea degli esperti, riunitasi in condizioni di sicurezza estrema e sotto la pressione delle minacce esterne, ha investito Mojtaba Khamenei, secondogenito del leader eliminato, del ruolo di guida della Repubblica islamica; una scelta, questa, che sancisce una chiara linea di continuità politica, voluta in modo particolare dal delle guardie della rivoluzione islamica (i pasdaran), che hanno immediatamente giurato fedeltà al nuovo assetto di potere a Teheran. La successione dinastica, per quanto atipica in una repubblica, si consuma mentre sul terreno la guerra non conosce tregue e anzi, si allarga a macchia d'olio, coinvolgendo attori e infrastrutture che fino a ieri sembravano lontani dal cuore pulsante delle ostilità.

Sul fronte settentrionale, nella notte tra domenica e lunedì, le forze di difesa israeliane (Idf) hanno condotto un blitz in territorio libanese, nella zona orientale di Nabi Sheet, un villaggio nella valle della Beqaa. Fonti militari israeliane, citate dai media locali, parlano di un'operazione volta a recuperare i resti del pilota Ron Arad, disperso dal 1986, anche se l'esito delle ricerche non avrebbe portato al ritrovamento di reperti riconducibili all'aviatore. L'incursione, tuttavia, ha innescato pesanti scontri a fuoco con i miliziani di Hezbollah, che hanno intercettato le unità speciali israeliane dopo il loro atterraggio con elicotteri nelle vicinanze del cimitero del villaggio. Il bilancio fornito dalle autorità libanesi parla di almeno 41 vittime e decine di feriti, tra i quali – e questo è un dato che aggrava ulteriormente la tensione – si contano anche quattro bambini. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha rivolto un avvertimento diretto al presidente libanese Joseph Aoun, affermando che se Beirut non sarà in grado di disarmare Hezbollah e garantire la sicurezza dei cittadini israeliani, il prezzo che il Libano sarà chiamato a pagare sarà altissimo; una minaccia che pende come una spada di Damocle su un paese già provato da anni di crisi.

Mentre il fronte libanese torna a incendiarsi, il Golfo è scosso da una nuova escalation di attacchi e ritorsioni che colpiscono non solo gli impianti energetici ma anche, e questa è una novità di estrema rilevanza strategica, le infrastrutture civili legate alla sopravvivenza quotidiana. Dopo i raid israeliani sui depositi di petrolio iraniani nel fine settimana, la risposta di Teheran non si è fatta attendere ed ha preso di volta in volta obiettivi diversi. Nella mattinata di lunedì, droni Shahed – i velivoli senza pilota di fabbricazione iraniana – hanno attaccato la raffineria di Sitra, in Bahrein, causando il ferimento di almeno trentadue civili, tutti cittadini bahreinini: tra questi, una ragazza di diciassette anni con gravi ferite alla testa e all'occhio, due bambini di sette e otto anni con lesioni agli arti inferiori e persino un lattante di due mesi. Ma non è solo il petrolio a essere nel mirino. Fonti locali e agenzie di stampa internazionali riferiscono che gli attacchi si sono estesi anche agli impianti di desalinizzazione, infrastrutture vitali per quei paesi del Golfo che, come il Bahrein, il Kuwait o gli Emirati Arabi Uniti, dipendono quasi totalmente dall'acqua dolce prodotta dal mare. Colpire una raffineria significa danneggiare l'economia, ma colpire un impianto di desalinizzazione significa condannare una popolazione alla sete, e il messaggio che arriva da questi attacchi è terribilmente chiaro: non ci sono più linee rosse inviolabili.

L'onda d'urto di questa nuova fase del conflitto si è riversata immediatamente sui mercati globali, con il prezzo del petrolio che ha registrato un'impennata verticale. Il Brent, il greggio di riferimento per l'Europa, ha superato la soglia psicologica dei cento dollari al barile, toccando un +23% che non si vedeva da tempo, con quotazioni che hanno ampiamente scavalcato i 114 dollari. Un'impennata, questa, dovuta non solo ai danni diretti agli impianti di stoccaggio e raffinazione, ma anche alla crescente instabilità che avvolge lo Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per un terzo del trasporto marittimo di idrocarburi a livello mondiale. E mentre i missili continuano a solcare i cieli del Golfo, colpendo in particolare Emirati e Qatar, la comunità internazionale osserva lo schieramento delle grandi potenze.

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