Referendum giustizia, la vittoria del No ridisegna gli equilibri. Meloni: “Andiamo avanti”, ma all’opposizione si aprono le primarie
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Redazione Interno
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La vittoria del fronte del No al referendum sulla giustizia, sancita con un risultato netto che ha visto prevalere i contrari alla riforma costituzionale con oltre due milioni di voti di scarto, rappresenta una cesura nell’attuale fase politica, restituendo il ritratto di un Paese spaccato geograficamente ma unito nel respingere un intervento giudicato troppo sbilanciato a favore del potere esecutivo. I festeggiamenti organizzati dai comitati del No – che hanno riempito piazze come quella del Popolo a Roma fino al Duomo di Milano – hanno assunto immediatamente i contorni di una celebrazione politica, con i leader del centrosinistra che, tra bandiere arcobaleno e cori di “Bella ciao” (quest’ultimi registrati in particolare davanti al tribunale di Napoli), hanno colto al volo l’occasione per rilanciare l’idea di un’alternativa di governo. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, e il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, presenti in piazza, hanno interpretato il responso delle urne non solo come una bocciatura della riforma voluta dal Guardasigilli Carlo Nordio, ma come un “avviso di sfratto” alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, spingendo sull’acceleratore delle primarie di coalizione per la scelta del candidato premier in vista delle politiche del prossimo anno.
Il governo incassa la batosta ma esclude crisi di maggioranza
Nonostante il peso politico della sconfitta – definita dalla stampa internazionale, dalla Bbc al Guardian, come una “batosta” che rende Meloni “più vulnerabile” e ne scalfisce l’“aura di invincibilità” – gli equilibri all’interno della maggioranza di centrodestra non sembrano, almeno in apparenza, incrinarsi al punto da innescare una crisi di governo. Fonti di governo hanno immediatamente escluso la possibilità che la premier possa chiedere un voto di fiducia in Parlamento per verificare la tenuta dell’esecutivo, una mossa che avrebbe implicitamente riconosciuto la portata della sconfitta come fatto politico determinante. Allo stesso modo, è stato chiarito che non è previsto un incontro formale con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, segno evidente che a palazzo Chigi si intende ridimensionare la lettura del voto circoscrivendolo al solo ambito referendario e scongiurando qualsiasi ipotesi di smottamento interno. La premier, in un video pubblicato sui social – dove appare con un tono sommesso, quasi dimesso – ha parlato di “rammarico” per “un’occasione persa di modernizzare l’Italia”, ribadendo tuttavia la volontà di “andare avanti” per onorare il mandato ricevuto, sottolineando che la sovranità popolare va rispettata ma che l’esecutivo continuerà a lavorare con determinazione.
I fronti caldi della maggioranza e le crepe nel consenso territoriale
Se la tenuta complessiva del governo appare per il momento salda, la sconfitta al referendum lascia comunque strascichi significativi all’interno della coalizione, aprendo crepe che riguardano tanto il programma legislativo quanto il sottogoverno. La riforma che portava il nome del ministro Nordio, fortemente voluta da Forza Italia e sostenuta con alterne convinzioni dalla Lega, è stata bocciata; lo stesso ministro della Giustizia si è assunto “la responsabilità politica” dell’esito, pur precisando che non intende mettere in discussione la posizione della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, finita al centro delle polemiche per una frase infelice sui magistrati. Resta sullo sfondo anche il caso che coinvolge il sottosegretario Andrea Delmastro, un’altra vicenda che ha contribuito ad avvelenare il clima nei mesi precedenti la consultazione. Sul piano elettorale, i dati raccontano di un’Italia spaccata: mentre Lombardia e Veneto premiavano il Sì, il resto del Paese – e in particolare il Sud – ha espresso un voto di distacco netto. In Campania il No ha sfiorato il 65%, e in regioni come Sicilia e Calabria la bassa affluenza ha penalizzato pesantemente le aree tradizionalmente vicine al centrodestra, suggerendo un disagio che va oltre il merito tecnico della riforma giudiziaria.
L’opposizione alla prova delle primarie tra slanci e distinguo
Per il centrosinistra, la vittoria rappresenta una boccata d’ossigeno ma anche un banco di prova immediato, perché il rischio concreto è che l’entusiasmo referendario si traduca in una nuova, paralizzante gara per la leadership. Mentre in piazza si esaurivano i festeggiamenti, i leader hanno cominciato a confrontarsi sul metodo per scegliere chi guiderà il campo largo: Giuseppe Conte ha chiesto di definire prima il programma di governo e poi procedere con le primarie di coalizione, mentre Elly Schlein esce rafforzata dal voto all’interno del suo partito, forte di un’alleanza che ha retto nonostante le diverse sensibilità interne. Più defilato, il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ha invece invitato Giorgia Meloni a fare un passo indietro, ricordando il precedente delle sue dimissioni dopo la sconfitta referendaria del 2016, un parallelo che la premier ha però esplicitamente escluso di voler seguire. Resta da vedere se le forze di opposizione, in particolare quelle che avevano sostenuto con entusiasmo il Sì (come alcune correnti cosiddette “riformiste” del Pd), accetteranno di rimanere compatte, o se prevarranno le divisioni personalistiche che in passato hanno vanificato le vittorie di mobilitazione popolare.




