L'Europa e la sicurezza, tra think tank americani e la posizione dei generali
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Redazione Esteri
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Robert Wilkie, figura di spicco nell’establishment della difesa statunitense che ha servito come Segretario agli Affari dei Veterani e Sottosegretario alla Difesa durante la presidenza Trump, delinea una posizione chiara dal suo ruolo di co-chair del Center for American Security presso l’America First Policy Institute. Pur dichiarandosi favorevole a una solida cooperazione transatlantica, peraltro motivata da un personale legame con l’Italia attraverso le sue origini familiari, Wilkie pone un principio irrevocabile: «La sicurezza deve garantirla l'Europa. Ma di Putin non ci potremo mai fidare». Un’affermazione che, sebbene non espliciti direttamente le implicazioni strategiche, sottintende una visione dove la responsabilità della difesa continentale ricada primariamente sulle capitali europee.
Sul tema delle garanzie da offrire a Kiev, il generale Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore dell’Aeronautica e della Difesa, avanza una proposta operativa precisa. Secondo l’ufficiale, la pace e le garanzie di sicurezza sono due aspetti indissolubili e un accordo sarà raggiungibile solo se l’Ucraina si sentirà sufficientemente protetta. «La disponibilità a trattare evapora senza la conditio sine qua non della sicurezza», afferma, aggiungendo che Putin deve comprendere come un eventuale nuovo attacco scatenerebbe una risposta armata. Camporini specifica che questa non dovrebbe arrivare dalla Nato – che Mosca non considera un interlocutore – ma da una «coalizione dei volenterosi», pur riconoscendo che si tratterebbe di un’opzione tecnicamente fattibile ma politicamente gravida di rischi.
Dalla stessa parte dell’oceano, il vicepresidente americano JD Vance ribadisce la linea dell’amministrazione su uno dei punti più delicati. In un’intervista, Vance ha dichiarato che Washington non discuterà di garanzie di sicurezza formali per Kiev finché le ostilità non cesseranno, e ha aggiunto che la Russia «avrà un ruolo» nelle conversazioni per la conclusione del conflitto. Questa presa di posizione, che insiste sulla necessità di includere Mosca nel processo negoziale finale, delinea un approccio che cerca un equilibrio tra il sostegno all’Ucraina e il pragmatismo necessario a raggiungere una soluzione.




