L’attacco ucraino alle basi strategiche russe: la "Pearl Harbour" dei droni FPV
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Redazione Esteri
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Nella notte tra sabato e domenica, mentre la Russia riteneva al sicuro le sue installazioni più remote, un’operazione meticolosamente pianificata dall’intelligence ucraina ha colpito alcuni dei simboli della potenza militare di Mosca. Quello che già viene definito come un nuovo "Pearl Harbour" – con un chiaro riferimento all’attacco a sorpresa del 1941 – ha visto decine di droni FPV, lanciati da camion all’interno del territorio russo, centrare con precisione obiettivi a migliaia di chilometri dal fronte. Tra questi, le basi aeree di Olenya, nell’estremo nord artico, e Belaya, nella Siberia orientale, dove sono stazionati i bombardieri strategici Su-24 e Tu-95, pilastro della deterrenza nucleare russa.
Secondo fonti ucraine, almeno 40 velivoli sarebbero stati distrutti o gravemente danneggiati, un dato che, se confermato, rappresenterebbe un colpo durissimo per le capacità offensive di Mosca. L’operazione, ribattezzata "Ragnatela" per la sua complessa logistica, ha sfruttato droni a basso costo modificati per percorrere distanze considerevoli, nascosti in veicoli civili e attivati solo in prossimità degli obiettivi. Una tattica che ricorda, per audacia e coordinamento, il raid israeliano di Entebbe del 1976, sebbene su scala ben più ampia.
Il ministero della Difesa russo ha ammesso l’attacco, pur minimizzandone l’impatto e definendolo "terroristico", aggiungendo di aver già arrestato i presunti responsabili. La reazione ufficiale, tuttavia, non nasconde l’imbarazzo per un episodio che dimostra come neppure le installazioni più protette – e considerate al riparo da qualsiasi minaccia – siano ormai vulnerabili. La distanza stessa, finora garanzia di inviolabilità, si è rivelata un’illusione: i droni hanno raggiunto la Siberia partendo da punti non meglio precisati all’interno della Russia, eludendo i sistemi di difesa aerea.




