Giovanni Malagò e Giancarlo Abete in corsa per la Figc: i due candidati si confrontano con Marani in vista dell’assemblea del 22 giugno

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La successione al vertice della Federazione Italiana Giuoco Calcio (Figc) entra nel vivo, con il presidente della Lega Pro, Matteo Marani, che ha fatto da trait d’union tra i due principali aspiranti alla poltrona più importante del pallone italiano. In una giornata densa di consultazioni, propedeutiche all’assemblea elettiva in calendario per il prossimo 22 giugno, Marani ha incontrato prima Giancarlo Abete e poi Giovanni Malagò, ascoltando le loro visioni per uscire dalla crisi di risultati che attanaglia il movimento. Non si tratta ancora di candidature ufficiali – formalizzabili entro il 13 maggio – ma il quadro dei pretendenti, seppur non ancora blindato, inizia a delinearsi con chiarezza.

Un doppio confronto tra esperienze diverse per la guida del calcio italiano

Il primo round del "toto-presidente" si è consumato nella sede della Lega Nazionale Dilettanti (LND) a Roma, dove Abete – che questa poltrona l’ha già occupata dal 2007 al 2014 – ha ricevuto Marani per un colloquio durato circa un’ora e mezza. L’attuale numero uno della LND, che rappresenta una fetta sa dell’elettorato federale (pesa per il 34% dei voti contro il 18% della Serie A), ha illustrato la sua disponibilità a tornare in sella per arginare il declino. Subito dopo, nel primo pomeriggio, è toccato a Giovanni Malagò, indicato dalla maggioranza dei club di Serie A come candidato di punta, confrontarsi con il rappresentante della terza serie. I due profili, seppur diversi, condividono l’urgenza di affrontare la "questione Mondiali": l’Italia manca l’appuntamento con la Coppa del Mondo dal lontano 2014, un digiuno che pesa come un macigno sulle casse e sul prestigio del movimento.

L’asse con la Lega Pro e la centralità della "riforma Zola"

Entrambi gli incontri, definiti dallo stesso Marani come "cordiali e costruttivi", hanno avuto un denominatore comune che va oltre la semplice ricerca di voti. In vista delle elezioni, il presidente della Lega Pro ha messo sul tavolo le istanze della serie C, ponendo l’accento su un progetto specifico che ritiene imprescindibile per il rilancio: la cosiddetta "riforma Zola". Quest’ultima, che prende il nome dall’ex fuoriclasse Gianfranco Zola, è un pacchetto di norme studiato per incentivare la valorizzazione dei giovani calciatori italiani e garantire maggiore sostenibilità economica ai club minori. Malagò, così come Abete, ha ascoltato con attenzione queste richieste, consapevole che l’appoggio della Lega Pro sarà cruciale per raggiungere il quorum necessario (51% dei voti) nell’assemblea del 22 giugno.

Il metodo della nomination come elemento di distinzione tra i due sfidanti

Se il campo di gioco è ancora tutto da esplorare, il metodo di discesa in campo dei due candidati presenta delle differenze sostanziali. Malagò è emerso come il favorito della Lega di Serie A, forte di un’investitura ricevuta dai club di massima serie ancor prima di presentare dettagliatamente il suo programma esecutivo. Abete, pur riconoscendo lo spessore del rivale, ha criticato implicitamente questa procedura, auspicando un confronto più basato sui contenuti tecnici che sui nomi. "Prima i problemi, poi le persone", è stato il mantra ripetuto dall’ex presidente, il quale intende chiedere formalmente ai vertici della LND il via libera per correre, portando avanti il vessillo di una "pluralità di posizioni" che manca nel panorama attuale. In un calcio italiano ferito dalla terza esclusione consecutiva dal palcoscenico iridato, il voto del 22 giugno si preannuncia come un verdetto non solo su un uomo, ma su un intero metodo di governo del sistema.

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