Figc, tra Malagò e Abete spunta il terzo incomodo: l’ipotesi Albertini per lo stallo
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Redazione Sport
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La corsa per la successione al vertice della Federcalcio, dopo le dimissioni di Gabriele Gravina fissate ormai da qualche settimana -4, si sta rapidamente trasformando in un duello destinato a durare fino al voto del 22 giugno. Da un lato, come emerso con chiarezza nel corso dell’assemblea della Lega di Serie A, c’è la candidatura corazzata di Giovanni Malagò. L’ex presidente del Coni, che ha raccolto il consenso di ben 19 club su 20 (fa eccezione la sola Lazio), rappresenta la continuità manageriale e gode del sostegno esplicito di figure influenti come l’amministratore delegato dell’Inter, Beppe Marotta. Dall’altro lato, pronto a raccogliere i voti delle cosiddette “altre componenti” del calcio italiano, si muove Giancarlo Abete. L’attuale presidente della Lega Nazionale Dilettanti, già numero uno della Figc dal 2007 fino alle dimissioni seguite al naufragio del mondiale brasiliano del 2014, controlla una fetta di consensi pari a circa il 34% dell’Assemblea, forte dei 99 delegati della Lnd.
Tuttavia, in quello che sembrava un binomio perfettamente delineato tra continuità e ritorno al passato, sta prendendo quota l’ipotesi di un vero e proprio terzo incomodo. Il nome che circola con insistenza negli ambienti romani, a pochi passi da Palazzo Madama, è quello di Demetrio Albertini. L’ex centrocampista del Milan, che in passato ha già ricoperto la carica di vicepresidente della Federcalcio proprio al fianco di Abete, viene descritto come la pedina ideale per rompere gli equilibri attuali. Secondo le ricostruzioni della stampa nazionale, Albertini rappresenterebbe la soluzione più gradita all’Associazione Italiana Calciatori (Aic), che controlla un significativo 20% dei voti e che finora si è tenuta alla finestra, in attesa di capire se sostenere un profilo tecnico come Malagò o puntare su un uomo di campo.
Il ministro Abodi e la variabile istituzionale
Mentre i due candidati ufficiali – Malagò, sostenuto dalla A, e Abete, che cerca di aggregare il voto delle leghe minori – cacciano i voti anche tra gli allenatori e i club di Serie B, il pressing politico inizia a farsi sentire. Il ministro per lo Sport e i giovani, Andrea Abodi, pur ribadendo la necessità di tutelare l’autonomia dello sport, ha lanciato un messaggio chiaro nel corso di un’audizione in Commissione Cultura al Senato: serve un “cambio di sistema”, non semplicemente un avvicendamento ai vertici. Le parole del ministro, che auspicava di avere la “ragionevole certezza” che non si tratti solo di un cambio di presidenti, sembrano spianare la strada all’ipotesi del cosiddetto stallo, ovvero la situazione in cui nessuno dei candidati raggiunga il 50% più uno dei voti.
Proprio questo scenario di stallo, al momento, sembra essere la carta più interessante giocata dal governo. Se né Malagò né Abete dovessero ottenere la maggioranza assoluta al primo scrutinio, si aprirebbe la strada al cosiddetto commissariamento della Federazione. In questo contesto, la figura di Albertini – che piace molto all’Aic e non dispiacerebbe a diversi club di Serie A scontenti della “pace marciana” imposta dall’asse Marotta-Gravina – acquisisce un valore tattico enorme. La sua candidatura, anche solo potenziale, serve a disperdere i consensi per evitare che Malagò arrivi al fatidico 51%, obbligando i club a cercare un leader di rottura.
Le dinamiche elettorali e il peso dei dilettanti
A complicare ulteriormente il quadro, spostando l’ago della bilancia lontano dalle logiche esclusivamente politiche, interviene il peso specifico della Lega Dilettanti. Il presidente Giancarlo Abete, che ha ottenuto il via libera dal Consiglio direttivo della Lnd per concorrere con la “stessa titolarità” del rivale Malagò, rappresenta un mondo che nel calcio italiano conta per oltre un terzo dei voti. Tuttavia, come sottolineano gli analisti, non è affatto scontato che i 99 delegati dei Dilettanti votino in blocco seguendo le indicazioni del loro presidente. Se il voto interno alla Lnd dovesse frammentarsi, l’effetto potrebbe essere paradossale: favorire proprio l’ingresso di un terzo uomo.
In questo vuoto di potere, l’idea che un ex calciatore possa sedere sulla poltrona più importante del calcio italiano non è mai stata così calda. Nomi come Demetrio Albertini, ma anche quelli di Damiano Tommasi (già sconfitto nel 2018) o addirittura suggestioni legate a Roberto Baggio e Paolo Maldini, tornano prepotentemente alla ribalta. La triplice mancata qualificazione al Mondiale ha lasciato ferite profonde, e la narrazione dominante suggerisce che serva una figura del settore per ricostruire il rapporto tra la Federazione e il movimento. Albertini, con il suo passato da dirigente e la sua attuale posizione nell’Aic, sembra al momento l’unico in grado di catalizzare i voti di chi è stanco della gestione politica, senza però rinunciare a un profilo istituzionale solido.




