Rifugiati, Caritas Ambrosiana: "Le politiche Ue sono ostaggio di una lettura securitaria"
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Redazione Esteri
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In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato e del 75° anniversario della Convenzione di Ginevra, la Caritas Ambrosiana ha voluto alzare la voce per mettere in guardia sulle conseguenze del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l'asilo.
Don Paolo Selmi, direttore di Caritas Ambrosiana e presidente della Fondazione Casa della Carità, ha espresso una forte preoccupazione riguardo a un impianto normativo che, nelle sue parole, finisce per tenere in ostaggio le politiche di accoglienza, subordinandole a una logica securitaria che rischia di tradursi in un abbassamento degli standard di tutela per i più vulnerabili.
L'endecalogo delle criticità: un rischio concreto per i diritti
Il giudizio sulla nuova governance europea arriva dopo un'analisi approfondita e condivisa con le realtà che compongono il sistema Caritas milanese. Insieme al Consorzio Farsi Prossimo, agli Avvocati per niente e alla Fondazione Casa della Carità, don Selmi ha firmato un vero e proprio "endecalogo" che mette in fila undici criticità del Patto. Al centro delle preoccupazioni c'è l'istituzione di un doppio canale procedurale che, nelle intenzioni dei legislatori, dovrebbe velocizzare le pratiche, ma che rischia di comprimere il diritto d'asilo.
Le procedure accelerate di frontiera, infatti, potrebbero compromettere la qualità dell'esame individuale delle domande, rendendo di fatto più difficile per i richiedenti ottenere un'assistenza legale adeguata e vedersi riconosciuti quei diritti che la Convenzione di Ginevra sancisce da 75 anni. A questo si aggiunge il maggiore ricorso alla detenzione amministrativa, uno strumento che Caritas teme possa essere normalizzato come prassi ordinaria di gestione dei flussi, con conseguenze gravissime, specie per minori e vittime di tratta.
L'illusione dell'esternalizzazione: il nodo dei Paesi terzi sicuri
Uno dei punti più controversi del nuovo Patto, e che ha generato un acceso scontro politico in Europa, riguarda la possibilità di esternalizzare le responsabilità di protezione. La lettera promossa dalla presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni e dalla premier danese Mette Frederiksen, con il sostegno di altri 17 paesi membri, chiede di accelerare la costruzione di hub per migranti nei Paesi terzi, sulla falsariga del protocollo Italia-Albania.
Un'idea che trova il sostegno della Commissione ma che, come evidenziato dal direttore di Caritas Ambrosiana, solleva più di un dubbio. La possibilità di dichiarare un Paese "terzo sicuro" e di non esaminare nel merito una domanda d'asilo se il richiedente viene trasferito in quegli Stati, apre scenari preoccupanti. Si tratta di nazioni che, molto spesso, non garantiscono standard di tutela dei diritti paragonabili a quelli europei.
La stessa Caritas italiana, per bocca del direttore don Marco Pagniello, aveva già criticato l'accordo con Tirana, definendolo una soluzione che non condividevano: "Non basta pagare gli Stati per fare solidarietà".
La frattura politica in Europa e il ruolo di Caritas
La proposta sugli hub, tuttavia, ha spaccato il fronte europeo. Alla lettera di Meloni e Frederiksen non hanno aderito né la Germania, né la Spagna, né la Francia, che anzi hanno alzato la voce contro soluzioni di questo tipo. Un fronte del dissenso che si è fatto sentire anche durante le discussioni in Consiglio europeo, dove la premier italiana si è trovata a dover difendere la sua strategia in un clima di tensione, complicato anche dagli attacchi del presidente americano Donald Trump. In questo quadro, la voce di Caritas si pone come un contraltare netto alla deriva restrittiva.
Don Selmi, insieme alla codirettrice Erica Tossani, ha ribadito che l'esperienza quotidiana sul campo racconta un'altra storia, quella di una fraternità possibile che si costruisce con pratiche di solidarietà, conoscenza reciproca ed educazione alla legalità. Un approccio che, di fatto, mette in discussione le logiche di respingimento e di rafforzamento dei confini, considerate inefficaci e controproducenti.
Sicurezza e accoglienza: un binomio possibile secondo Caritas
Contro chi li accusa di buonismo, i responsabili di Caritas Ambrosiana rivendicano la necessità di investire su strade alternative. L'appello è a potenziare i corridoi umanitari, lavorativi e universitari, che in dieci anni di sperimentazioni hanno dimostrato la loro efficacia, e a sostenere quei percorsi di integrazione sociale, linguistica e abitativa che troppo spesso vengono lasciati all'iniziativa isolata del terzo settore. Per don Selmi, la sicurezza vera, quella che protegge sia i profughi che le comunità che li accolgono, si costruisce dal basso.
Lo Stato ha il dovere di regolare i flussi e di esaminare le domande, ma può farlo senza ricorrere a forme repressive che, come dimostrato dalla vicenda dei centri in Albania, rischiano di essere disapplicate dai giudici e di generare un contenzioso massiccio, vanificando gli obiettivi dichiarati del Patto.




