Giornata del Rifugiato, Caritas Ambrosiana: “Il Patto Ue è una lettura securitaria, si rischia di violare i diritti”
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Redazione Interno
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In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, che quest’anno coincide con il 75° anniversario della Convenzione di Ginevra del 1951, la Caritas Ambrosiana ha scelto di alzare la voce per denunciare una deriva che, nelle sue analisi, rischia di compromettere decenni di conquiste nel campo della protezione internazionale.
È in questo clima carico di significati, infatti, che si consuma l’ennesimo strappo: da un lato il ricordo solenne di chi ha costruito le fondamenta del diritto d’asilo, dall’altro la concretezza di un nuovo Patto europeo sulla migrazione che, secondo le realtà impegnate sul campo, si tradurrà in un inasprimento delle misure di controllo e in una sostanziale limitazione dell’accesso alla protezione per i più vulnerabili.
Don Paolo Selmi, direttore di Caritas Ambrosiana, ha espresso una preoccupazione che non è solo ideologica, ma pragmatica, basata sull’esperienza quotidiana a contatto con migliaia di profughi e richiedenti asilo presenti sul territorio milanese.
La riflessione parte da un dato che interroga le coscienze: oltre 117 milioni di persone in fuga nel mondo, un numero che rende evidente l’urgenza di risposte collettive, ma che, per gli operatori sociali, si scontra con una visione politica sempre più incline a considerare il fenomeno migratorio come una questione di ordine pubblico piuttosto che di umanità e diritti fondamentali.
Il Patto Ue e le critiche: procedure accelerate e detenzione alla frontiera
Al centro del dibattito e delle critiche sollevate da Caritas c’è il Patto su migrazione e asilo, divenuto operativo a tutti gli effetti dal 12 giugno 2026, che introduce un quadro normativo radicalmente nuovo per la gestione dei flussi alle frontiere esterne dell'Unione. Il nuovo impianto, sostenuto con convinzione dal Gruppo del Partito Popolare Europeo e da diversi governi nazionali, mira a standardizzare le procedure e a rendere più rapide le espulsioni, ma secondo le associazioni che operano nel settore dell’asilo cela un volto particolarmente severo.
Tra i punti più controversi spicca l’introduzione di procedure di screening di massa e di una procedura di frontiera obbligatoria, che potrebbe tradursi in una detenzione prolungata per un numero elevato di richiedenti asilo, inclusi minori di appena sei anni.
L’obiettivo dichiarato è quello di impedire l’ingresso negli Stati membri a chi non ha i requisiti per ottenere protezione, ma i sindacati e le organizzazioni per i diritti umani parlano apertamente di un regresso senza precedenti, poiché il Patto rischia di vanificare il principio di non respingimento e di trasformare le frontiere in luoghi di detenzione di massa, dove i tempi strettissimi per l’esame delle domande (12 settimane, ricorsi inclusi) rendono di fatto impossibile una valutazione approfondita e personalizzata.
La lettera di Meloni e il fronte dei 19: l’accelerazione sugli hub nei Paesi terzi
Mentre la Caritas denuncia i rischi per i diritti fondamentali, sul piano politico si assiste a una spinta decisa verso l’attuazione del Patto e, in particolare, verso le cosiddette "soluzioni innovative". Nel corso del Consiglio europeo di giugno, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, insieme all’omologa danese Mette Frederiksen, ha promosso una lettera firmata da altri 17 leader europei in cui si chiede di accelerare l’implementazione delle norme e di sviluppare progetti concreti, come la creazione di hub per i migranti in Paesi terzi.
La missiva, che esclude tra i firmatari la Germania e la Francia, rappresenta un tentativo di dare slancio al cosiddetto "modello Albania", un progetto pilota di centri di rimpatrio allestiti fuori dai confini comunitari. L’obiettivo è quello di trasferire la gestione delle domande di asilo e dei rimpatri in nazioni terze considerate "sicure", nella convinzione che ciò possa contribuire a smantellare il business dei trafficanti e a ridurre i flussi irregolari.
Tuttavia, la strada non appare in discesa, e le resistenze non mancano, come dimostra la presa di posizione del presidente francese, che ha espresso tutto il suo scetticismo sull’efficacia di tali centri, sottolineando come non ne abbia mai visto uno funzionare realmente.
Lo scontro in Consiglio tra Meloni e Sánchez: due modelli a confronto
Le diverse visioni sul governo dei flussi migratori sono esplose in un acceso confronto verbale tra Giorgia Meloni e il premier spagnolo Pedro Sánchez, a dimostrazione di come il tema sia destinato a restare un terreno di scontro anche all'interno del fronte europeista. Secondo quanto ricostruito, lo scontro si è acceso quando Sánchez ha criticato il nuovo Regolamento Rimpatri, contrapponendo al modello italiano basato sugli hub nei Paesi terzi la strategia spagnola, che punta invece su una politica di regolarizzazioni mirate.
Il premier iberico ha difeso la sua linea, affermando che la regolarizzazione ha un impatto positivo sull'economia e che, nell'ultimo anno, gli arrivi irregolari in Spagna sono calati del 27%. La discussione, definita da alcuni diplomatici più una discussione che uno scontro, ha tuttavia evidenziato la profonda spaccatura tra chi, come l’Italia e la Danimarca, spinge per una linea dura e soluzioni esterne ai confini Ue, e chi, come la Spagna, considera le politiche di integrazione e regolarizzazione uno strumento altrettanto efficace e rispettoso dei diritti.
L’appello della Caritas per una fraternità possibile
In questo quadro politico complesso e frammentato, l’appello di Caritas Ambrosiana si configura come un monito a non perdere di vista la dimensione umana dell’accoglienza. Don Paolo Selmi ed Erica Tossani, codirettrice dell’ente, hanno sottolineato come le politiche attuali sembrino essere "ostaggio di una lettura securitaria" che amplifica le paure e strumentalizza il fenomeno migratorio, ignorando l’esperienza quotidiana di chi, invece, costruisce pratiche di fraternità e integrazione. L’ente milanese, che solo nel 2025 ha gestito 1.
806 appuntamenti per la domanda di protezione internazionale e segue attualmente 904 rifugiati in percorsi di accoglienza diffusa, ribadisce che la sicurezza vera si costruisce dal basso, con investimenti su pratiche alternative come i corridoi umanitari e lavorativi, e non con il rafforzamento di muri e respingimenti.
Le critiche si concentrano sul fatto che la politica, sia italiana che europea, continui a perseverare in un approccio proibizionista che finisce per fare il gioco dei trafficanti, anziché sostenere la serietà e la generosità di chi, difendendo i diritti dei profughi, promuove il benessere di tutti. La domanda che rimane sul tavolo è se il nuovo Patto, con il suo impianto repressivo e le sue procedure accelerate, lascerà spazio a queste "pratiche minute e quotidiane di solidarietà" che, per tanti operatori, rappresentano l'unica via per una sicurezza reale e condivisa.




