Giornata del rifugiato, l’Europa si chiude ma l’emergenza resta ai confini del mondo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il 20 giugno, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, si celebra una ricorrenza che il calendario internazionale ha istituito per non dimenticare una delle piaghe più drammatiche del nostro tempo, ma che rischia ogni anno di trasformarsi in un rituale formale, quasi un adempimento burocratico della coscienza collettiva, fatto di cifre e dichiarazioni di circostanza.

Le statistiche, che pure servono a dare una dimensione del fenomeno, rischiano però di appiattire la realtà: nel mondo, secondo gli ultimi dati diffusi dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), sono 117,8 milioni le persone che vivono una condizione di fuga forzata, un numero in calo rispetto ai 123 milioni del 2024 ma che fotografa comunque una realtà in cui un essere umano su settanta è stato costretto ad abbandonare la propria casa.

Di questi, oltre 41 milioni sono ufficialmente rifugiati, e quasi il 40% di loro sono bambini e ragazzini, un dato che interroga le coscienze e che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto richiamare con forza, manifestando solidarietà e vicinanza a queste persone e sottolineando come la volontà degli Stati sia presupposto ineludibile per affrontare le cause strutturali di questi fenomeni.

Numeri in calo e ritorni forzati: un quadro contraddittorio

La flessione del numero totale dei rifugiati e degli sfollati potrebbe sembrare, a un primo sguardo, un segnale positivo; la realtà, però, è ben più complessa e sfaccettata. Il report dell'UNHCR evidenzia un elemento cruciale: i ritorni a casa sono stati i secondi più alti degli ultimi sessant'anni, con 14,7 milioni di persone che hanno fatto rientro nei propri Paesi di origine, di cui quasi 4,4 milioni sono rifugiati.

Questo dato, tuttavia, non deve indurre in inganno, perché molti di questi rientri sono avvenuti sotto pressione, in contesti estremamente fragili e instabili, dove la sicurezza e la dignità delle persone non sono affatto garantite. Si tratta di un fenomeno che getta un'ombra sulla presunta efficacia delle politiche di rimpatrio, spesso più retoriche che realmente umanitarie, e che impone una riflessione approfondita sulle condizioni che spingono le persone a tornare in luoghi da cui erano fuggite per salvarsi la vita.

Lo strabismo dell'Europa: chiusura interna, responsabilità esterna

Mentre il mondo celebra la Giornata del rifugiato, l'Europa sembra procedere in una direzione diametralmente opposta, mostrando quello che molti definiscono uno "strabismo" politico: da un lato, si dichiara pronta ad accogliere e a rispettare i diritti umani; dall'altro, adotta misure sempre più restrittive e respingenti.

A testimonianza di questa contraddizione, il Parlamento europeo ha approvato alla vigilia della ricorrenza il nuovo e controverso regolamento sui rimpatri, una norma che mira ad accelerare le espulsioni e a limitare gli ingressi, e che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha caldeggiato durante il recente Consiglio europeo, chiedendo di passare rapidamente dalla definizione delle nuove regole alla loro concreta attuazione.

Non sfugge l'infelice coincidenza di un provvedimento che irrigidisce le frontiere proprio nel giorno in cui si ricordano le sofferenze di chi le frontiere è stato costretto ad attraversare, un gesto che stride con il richiamo alla solidarietà internazionale lanciato dal capo dello Stato, che ha invece invitato a promuovere la salvaguardia di ogni essere umano e a contribuire alla realizzazione di un ideale universale di solidarietà tra i popoli.

Un peso ineguale: i Paesi poveri in prima linea

L'attenzione dei media e dei governi occidentali si concentra spesso sulle rotte del Mediterraneo e sulle pressioni migratorie verso l'Europa, ma i dati dell'UNHCR raccontano una verità scomoda e spesso ignorata: la stragrande maggioranza delle persone costrette alla fuga, circa il 71%, trova rifugio nei Paesi a basso e medio reddito, spesso quelli confinanti con le zone di crisi.

Si tratta di nazioni che, con risorse economiche estremamente limitate, si fanno carico di un peso umanitario enorme, accogliendo milioni di profughi senza ricevere il supporto internazionale che sarebbe necessario. Questo dato, ribadito dall'UNHCR in occasione della Giornata mondiale, dovrebbe far riflettere sulla reale distribuzione delle responsabilità: mentre l'Europa alza i muri e discute di "Paesi terzi sicuri" per esternalizzare le proprie frontiere, sono i Paesi più poveri del mondo a sostenere il peso maggiore di una crisi che non hanno creato.

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