La telefonata di un'ora tra Trump e Putin e il nuovo corso della guerra in Iran: "colpiti oltre 5mila obiettivi, distrutto l'80% degli impianti missilistici"
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che la guerra contro l'Iran è "quasi finita", annunciando la distruzione di circa l'ottanta per cento degli impianti missilistici di Teheran e di oltre quarantasei unità navali, nel corso di un discorso tenuto ai repubblicani del Congresso riuniti al Trump National Doral di Miami. Nel suo intervento, che arriva all'indomani di una telefonata di circa un'ora con il presidente russo Vladimir Putin, Trump ha sottolineato come l'operazione, denominata Epic Fury, abbia colpito più di cinquemila obiettivi, rendendo omaggio ai militari americani caduti e confermando l'identificazione della settima vittima tra le proprie fila. L'inquilino della Casa Bianca ha poi precisato, in un passaggio retorico che ha destato particolare attenzione, che l'Iran era pronto ad attaccare "al cento per cento" nel giro di una settimana, giustificando così la natura preventiva e la portata della risposta militare statunitense. "I terroristi hanno i giorni contati", ha tuonato Trump, utilizzando una terminologia che lascia poco spazio a interpretazioni circa la linea dura che la sua amministrazione intende mantenere, nonostante gli annunci relativi a una conclusione ormai prossima del conflitto. E ha aggiunto, quasi a voler calmierare le attese di una pace immediata, che la guerra non si concluderà nel corso di questa settimana.
Il retroscena del colloquio con Putin e l'offerta russa
Nel dettagliato resoconto fornito dal consigliere del Cremlino, Yuri Ushakov, la conversazione tra i due leader ha toccato i nodi caldi dell'agenda internazionale, dall'Ucraina al Venezuela, con un focus particolare sulla crisi in Medio Oriente. Durante il colloquio, Putin ha illustrato a Trump l'avanzata delle truppe russe nel Donbass, suggerendo che questo successo militare dovrebbe spingere Kiev verso una soluzione negoziata; parallelamente, il leader del Cremlino ha proposto la propria mediazione per facilitare una risoluzione del conflitto con l'Iran, forte dei contatti intrattenuti con i leader dei paesi del Golfo e con la stessa presidenza iraniana. Tuttavia, secondo fonti di stampa internazionali, la risposta di Trump sarebbe stata netta: per essere realmente d'aiuto, Putin dovrebbe innanzitutto contribuire a porre fine alla guerra in Ucraina. Un passaggio, questo, che rivela la complessità dei rapporti tra Washington e Mosca, sospesi tra una potenziale collaborazione tattica su alcuni fronti e una competizione strategica su altri. La Casa Bianca, per bocca dello stesso Trump, ha comunque definito il faccia a faccia telefonico come "molto buono" e costruttivo, concordando di mantenere un canale di comunicazione regolare per affrontare le prossime crisi.
L’onda lunga sugli equilibri energetici e la chiusura virtuale di Hormuz
Mentre la diplomazia lavora sottotraccia, gli effetti concreti dell'operazione militare si riversano sui mercati energetici globali, contribuendo a ridisegnare gli equilibri geopolitici. La guerra, giunta al suo decimo giorno, ha portato a una stretta senza precedenti nel Golfo Persico, con le Repubblica islamica che minaccia di limitare il transito nel Canale di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Una mossa, questa, che ha inizialmente fatto schizzare il prezzo del greggio verso l'alto, salvo poi registrare un calo proprio in seguito alle dichiarazioni di Trump sulla fine imminente del conflitto. I leader del G7, riunitisi in videoconferenza, stanno valutando il ricorso alle riserve strategiche per contenere le speculazioni e stabilizzare i flussi, in un contesto in cui anche paesi come l'Arabia Saudita hanno iniziato a ridurre la produzione a fronte delle difficoltà di esportazione. A rendere il quadro ancora più intricato, l'Iran ha lanciato una proposta provocatoria, aprendo alla possibilità di garantire il transito sicuro attraverso lo Stretto solo a quelle nazioni che espelleranno gli ambasciatori di Stati Uniti e Israele dai propri territori, un ricatto politico che mira a spaccare il fronte occidentale.
La risposta europea tra timori di escalation e nuove alleanze
Di fronte a uno scenario in rapido divenire, le principali capitali europee hanno cercato di coordinare una risposta comune, pur nella consapevolezza che la loro influenza diretta sugli eventi rimane limitata. Francia, Germania, Regno Unito e Italia hanno dato vita a un formato di consultazione permanente, battezzato European Four, con l'obiettivo di condividere informazioni e pianificare eventuali misure difensive a tutela dei propri interessi nella regione. La premier italiana, Giorgia Meloni, ha avuto modo di sentire telefonicamente il presidente turco Erdogan, alleato Nato cruciale in quella zona, dopo che un missile balistico iraniano diretto verso la Turchia era stato intercettato nei giorni scorsi. La preoccupazione principale, espressa anche dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, è che l'escalation possa estendersi a Cipro, dove il Regno Unito dispone di basi militari: un attacco a Cipro, in quanto territorio dell'Unione europea, farebbe scattare la clausola di difesa reciproca, obbligando di fatto tutti i paesi membri a schierarsi. Da qui la decisione di rafforzare la presenza navale attorno all'isola, con la fregata italiana Martinengo già partita da Taranto, e la linea politica volta a mantenere aperti tutti i canali diplomatici con Ankara e gli altri attori regionali.
Description: Trump annuncia la distruzione dell'80% degli impianti missilistici iraniani dopo una lunga telefonata con Putin. La crisi energetica e il nuovo fronte diplomatico europeo.




