Iran, nuova offensiva israeliana nel cuore della notte: raid simultanei su Teheran, Shiraz e Tabriz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le Forze di difesa israeliane hanno annunciato nelle scorse ore l’avvio di quella che è stata immediatamente definita come una “vasta ondata di attacchi”, condotta simultaneamente contro obiettivi situati nel cuore della Repubblica Islamica. I cacciabombardieri dell’aeronautica militare, secondo quanto comunicato dal portavoce militare, hanno preso di mira infrastrutture riconducibili al regime iraniano, concentrando le operazioni belliche su tre città simbolo: la capitale Teheran, la storica città di Shiraz e il centro industriale di Tabriz, nel nord-ovest del Paese. Fonti locali, riprese dalle agenzie di stampa internazionali, aveano già segnalato nella notte il boato di diverse esplosioni provenire dalla periferia della metropoli e dalle aree circostanti la città di Shiraz, senza che le autorità iraniane fornissero inizialmente dettagli ufficiali sull’accaduto.

L’operazione, che si inserisce in un conflitto ormai esteso e dalle molteplici facce, non rappresenta un episodio isolato ma l’ultima fase di una campagna militare iniziata lo scorso 28 febbraio. Da allora, come hanno dettagliato i vertici militari israeliani in briefing riservati alla stampa, l’aviazione avrebbe effettuato qualcosa come cinquemila sortite, sferrando oltre 7600 attacchi. Una parte preponderante di questi, circa 4700, sarebbe stata indirizzata specificamente contro il programma missilistico iraniano, colpendo in tempo reale centinaia di rampe di lancio e causando quella che gli strateghi dell’Idf definiscono una diminuzione drastica dell’arsenale a disposizione di Teheran. Nel mirino sarebbero finite anche più di cento installazioni adibite alla produzione di armamenti e oltre cinquecento centri di comando e controllo, in quella che appare una strategia volta a decapitare la catena decisionale e logistica del nemico.

L’allargamento del conflitto e il ruolo della contraerea

Mentre i cieli dell’Iran venivano solcati dai caccia israeliani, l’attenzione si è spostata anche sull’area del Golfo Persico, e in particolare sul Bahrein. Qui, i sistemi di difesa aerea locali sono stati chiamati a rispondere a un lancio proveniente dall’Iran: stando alle prime ricostruzioni, quattro missili e tre droni sarebbero stati intercettati prima che potessero raggiungere i loro obiettivi. Un’azione che conferma come il raggio delle ostilità tenda a estendersi ben oltre i confini iraniani, coinvolgendo di fatto gli alleati regionali che ospitano basi e infrastrutture statunitensi. Non è un caso, d’altronde, che proprio il Bahrein abbia già dovuto fronteggiare dall’inizio del conflitto un numero impressionante di minacce aeree: fonti ufficiali di Manama aveano dichiarato nei giorni scorsi di aver intercettato dalla fine di febbraio oltre 120 missili e più di 200 droni, lanci quella che il governo locale non ha esitato a definire “attacchi iraniani peccaminosi”.

In questo quadro di tensione crescente, si inseriscono le preoccupazioni che giungono da Baghdad. Il governo iracheno, infatti, segue con apprensione i movimenti che si registrano nelle aree settentrionali del Paese, quelle a tradizione curda. Il timore concreto, e più volte espresso dalle autorità centrali, è che alcuni gruppi curdi ivi operanti possano decidere di aprire un nuovo fronte contro l’Iran, unendosi di fatto all’offensiva guidata da Israele e Stati Uniti. Un’eventualità che, se concretizzata, rischierebbe di trascinare l’Iraq in un conflitto diretto con il potente vicino, minandone ulteriormente la già precaria stabilità interna. L’avvertimento di Baghdad è stato chiaro e categorico: non si oltrepassi quella linea, pena conseguenze imprevedibili per l’intera regione.

La repressione interna e la navigazione nello Stretto di Hormuz

Sul fronte interno, le autorità di Teheran hanno intensificato la loro azione di controllo e repressione, procedendo all’arresto di 500 persone. L’accusa, formulata dal capo della polizia iraniana, è pesantissima: spionaggio a favore dei “Paesi nemici”, con gli Stati Uniti e Israele chiaramente indicati come i mandanti. Secondo quanto riportato da agenzie semi-ufficiali come Tasnim, molti di questi arrestati, circa 250, sarebbero accusati di aver fornito informazioni sensibili all’emittente Iran International, con sede a Londra, un canale che il regime considera particolarmente ostile e che è stato già in passato designato come organizzazione terroristica. L’operazione di polizia, estesa a diverse province, mira a seccare le presunte reti di informazione che, nelle parole delle autorità, avrebbero collaborato con i servizi segreti nemici, fornendo dati su installazioni militari e siti sensibili.

In mezzo a questo scenario di guerra, l’Iran cerca però di tracciare alcune linee rosse, specialmente in campo economico e commerciale. Lo Stretto di Hormuz, punto nevralgico per il transito del petrolio mondiale, resta al centro delle preoccupazioni internazionali. Da Teheran è giunto un messaggio calibrato: il vice ministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi, ha fatto sapere che il passaggio attraverso lo Stretto sarà garantito per le navi di quei Paesi che non stanno prendendo parte all’aggressione militare. Una sorta di lasciapassare condizionato, che esclude invece in modo esplicito quelle nazioni coinvolte nelle ostilità, le quali non potranno contare su un transito sicuro. Una mossa che conferma come la Repubblica Islamica intenda utilizzare anche la leva energetica e commerciale come strumento di pressione, cercando di dividere il fronte avversario e di premere sulle economie dipendenti dal greggio del Golfo.

Intanto, le operazioni militari israeliane proseguono senza sosta, con l’esercito che ha rivendicato nelle ultime ore la distruzione di un complesso spaziale situato a Teheran, utilizzato secondo l’intelligence per sviluppare capacità volte a minacciare i satelliti, un settore questo divenuto ormai cruciale anche nella guerra moderna.

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