Il silenzio che grida: la protesta muta di Mancini e il decreto Sicurezza che divide
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Redazione Interno
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Mentre i banchi dell’Aula si riempivano di cartelli con slogan come «Decreto paura» e «Né liberi né sicuri», il deputato dem Claudio Mancini ha scelto un’altra forma di dissenso: otto minuti di immobilità assoluta, in piedi e senza proferire parola. Una scenografia volutamente spoglia, lontana dai toni plateali di altre proteste, ma che ha comunque marcato l’ostinato rifiuto delle opposizioni verso il decreto Sicurezza, approvato ieri notte alla Camera dopo una maratona di emendamenti tutti respinti.
Il provvedimento, che ora passa al Senato, è un concentrato di misure repressive: quattordici nuovi reati, nove aggravanti e una serie di norme che ampliano i poteri delle forze dell’ordine e dell’intelligence, quest’ultima equipaggiata – secondo i critici – con una «licenza a delinquere» senza precedenti. Tra le disposizioni più discusse, il cosiddetto «Daspo urbano», che permetterà ai questori di vietare l’accesso a determinate aree anche sulla base di semplici denunce, senza necessità di condanne o rinvii a giudizio. Una deroga al principio di presunzione di innocenza che stride con la retorica garantista spesso evocata dalla maggioranza.
Non mancano le ombre sul piano simbolico: dal 1° giugno, la questura di Monza sarà affidata a un dirigente condannato in via definitiva per falso in relazione ai fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova. Un paradosso che le opposizioni hanno sottolineato con ironia amara, mentre il governo procede spedito sulla sua strada, sostenendo che il decreto risponda a un’esigenza di ordine pubblico.




