Bologna-Roma, la notte di Svilar tra parate e la testa già al ritorno all’Olimpico
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Redazione Sport
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C’era una volta, e forse anche no, quel luogo comune che vorrebbe il portiere come un eroe solitario, quasi un contemplativo ai margini del gioco; ma chi lo pensa, evidentemente, non ha mai osservato Mile Svilar al termine di una partita come quella del Dall’Ara, dove il pareggio per uno a uno contro il Bologna assume, ai fini del discorso qualificazione, un peso specifico non indifferente. Il numero uno giallorosso, intervistato al termine della gara dai microfoni di Sky Sport, ha analizzato la prestazione sua e della squadra con una lucidità che non sempre appartiene a chi, sul rettangolo verde, è chiamato a decisioni istantanee e spesso senza rete. “Abbiamo fatto la nostra partita”, ha esordito il belga, quasi a voler tracciare un solco netto tra la prestazione di ieri e le recenti, e opache, uscite in campionato.
E in effetti, di spunti su cui riflettere, la sfida del Dall’Ara ne ha offerti a iosa, a partire da quelle due parate che, nell'economia del risultato, pesano quanto una zampata vincente. La prima, quella su Federico Bernardeschi, che lui stesso definisce “bella, anche se non angolatissima”, è il classico intervento che non solo salva il risultato, ma manda un messaggio chiaro agli avversari. La seconda, però, quella su Tommaso Pobega, è di una natura diversa, più istintiva e forse per questo ancor più decisiva: “Penso che quella sia stata importante – ha spiegato Svilar – ho fatto un’uscita abbastanza veloce, per lui non era facile”. È l’istantanea di un portiere che non vive più soltanto sulla linea, ma che ha allargato i confini del suo raggio d’azione, come del resto gli ha chiesto di fare Gian Piero Gasperini, il quale, e il portiere lo aveva anticipato alla vigilia, predilige un gioco più diretto, che non si perda in fronzoli difensivi. Un’uscita tempestiva, dunque, che stronca sul nascere una potenziale minaccia e tiene in equilibrio una partita che, va detto, i rossoblù avevano iniziato a sporcare con una certa pervicacia.
Del resto, il tema della reazione dopo la batosta di Genova era nell’aria, e Svilar non lo ha eluso. “Abbiamo rialzato subito la testa”, ha tagliato corto, sottolineando come l’approccio mentale, nonostante le difficoltà oggettive di un campo caldo come quello felsineo, fosse quello giusto. C’è una consapevolezza, nelle sue parole, che la squadra sta imparando a convivere con le difficoltà, anche con quelle meno eleganti: “Se loro giocano sporco, dobbiamo giocare sporco anche noi”. Una frase, questa, che fotografa perfettamente un momento in cui la Roma cerca una nuova identità, meno preoccupata del bel gioco e più attenta alla sostanza, specialmente in una competizione come l’Europa League che non perdona distrazioni. E in questo contesto di battaglia, anche l’arbitraggio finisce per passare in secondo piano, o meglio, per essere inquadrato nella giusta prospettiva: “Per me l’arbitraggio è stato 50 e 50 – ha commentato il portiere – ha lasciato giocare di più e questo è calcio”.
Quel rinvio un po’ folle e la sensazione di un risultato che lascia aperto tutto
C’è un episodio, in particolare, che ha fatto storcere il naso a qualcuno e che invece nasconde un retroscena tecnico piuttosto interessante. Quando manca ormai poco al novantesimo, e il punteggio è inchiodato sull’uno a uno, Svilar raccoglie un retropassaggio e, invece di impostare, spedisce la palla lunga e rasoterra verso l’out di destra, quasi a voler liberare l’area di rigore da un pericolo immediato. Un gesto che a molti è parso grossolano, se non addirittura casuale, ma che in realtà cela una strategia ben precisa. “Queste sono cose che alleniamo con mister Farelli – ha rivelato sorridendo il portiere, riferendosi al preparatore – più per me per avere tempo di tornare in porta che per mettere in difficoltà l’avversario, quello era casuale”. Una piccola finestra sul lavoro settimanale, su quei dettagli quasi impercettibili che, sommati, fanno la differenza tra un difensore e un portiere moderno, capace di leggere le situazioni e di guadagnare quei preziosi secondi che possono evitare una frittata nei minuti di recupero. Un particolare, questo, che dimostra come la squadra stia metabolizzando i concetti del nuovo corso, anche nei suoi aspetti più prosaici.
La sostanza, al di là delle singole giocate e delle dichiarazioni post-gara, è che la Roma esce dal Renato Dall’Ara con un risultato che, se non è oro colato, poco ci manca. Giocare il ritorno tra le mura amiche dell’Olimpico, con il pubblico dalla propria parte e la necessità di non subire reti, è un vantaggio che in partite secche come queste può fare la differenza. “Abbiamo portato a casa un risultato positivo per il ritorno”, ha ripetuto Svilar come un mantra, quasi a voler sigillare una consapevolezza che nel gruppo, evidentemente, è ben radicata. Non c’è euforia, né tantomeno la sensazione di un’impresa compiuta, ma la fredda cognizione di aver lavorato bene, di aver limitato i danni su un campo difficile e di aver dato un indirizzo preciso alla doppia sfida. Perché in fondo, e la storia del calcio lo insegna, certe notti europee si costruiscono anche su un’uscita bassa sui piedi di un attaccante o su un rinvio lungo studiato in settimana. Il resto, come spesso accade, è solo una conseguenza.




