Stellantis, la “Fastlane” a 60 miliardi tra gerarchie e macerie industriali

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   La transizione elettrica, quella che avrebbe dovuto rappresentare l’orizzonte obbligato per l’intera industria automobilistica europea, lascia oggi spazio a una realtà molto più complessa e sfumata. Stellantis, il colosso nato dalla fusione tra Fca e Psa, ha ufficialmente archiviato la strategia “ideologica” del passato per abbracciare un pragmatismo, quello sancito dal piano “FaSTLAne 2030”, che vale 60 miliardi di euro di investimenti in cinque anni.

L’assemblea generale di Auburn Hills, dove il nuovo amministratore delegato Antonio Filosa (affiancato dal presidente John Elkann) ha presentato la roadmap, ha però raccolto un plauso solo tiepido dai mercati; le azioni hanno subito una flessione, a dimostrazione che il cantiere per risollevare le sorti del gruppo è ancora disseminato di ostacoli.

Il piano, nella sua essenza più cruda, ridisegna le gerarchie interne mettendo quattro marchi – Fiat, Jeep, Peugeot e Ram – al centro del sistema, destinatari del 70% degli investimenti. Quanto agli altri, quelli che non rientrano in questo club esclusivo, il destino si fa più incerto e declinato su scala regionale.

L’addio alle batterie italiane e il rebus Termoli

Se la strategia di prodotto si fa più flessibile (via libera a full hybrid e motori termici evoluti accanto agli elettrici), il capitolo più amaro per l’Italia riguarda la filiera industriale. La joint venture Acc, partecipata da Stellantis, Mercedes-Benz e TotalEnergies, ha infatti comunicato l’abbandono definitivo del progetto relativo alla gigafactory di Termoli.

Quella che avrebbe dovuto essere la culla europea delle batterie – un investimento da 2 miliardi di euro in grado di assorbire fondi del Pnrr – si infrange contro la lentezza della domanda per le auto a batteria e le difficoltà tecniche di uno start-up produttivo che, al momento, riesce a equipaggiare appena un migliaio di vetture al mese nello stabilimento francese di Douvrin.

Il sogno di una filiera autonoma dalle forniture cinesi naufraga così tra i capannoni molisani, dove gli operai, per gran parte in cassa integrazione, dovranno ripiegare su una riconversione diversa: l’azienda garantisce che l’impianto tornerà a concentrarsi su cambi e-Dct e motori Gse Euro7, una sorta di “curativo” per un paziente che sperava in una terapia d’urto tecnologica.

Il nodo di Cassino e la strategia per i luxury brand

Lo spettro dei cantieri bloccati, tuttavia, non riguarda solo il Sud Italia. Lo stabilimento di Cassino, storicamente dedicato alla produzione di ammiraglie, resta avvolto nel mistero per quanto concerne il destino di modelli iconici come Alfa Romeo Giulia e Stelvio, la cui presenza nelle slide del gruppo brilla per la sua assenza. Anche in questo caso, l’orizzonte per avere certezze è slittato a dicembre 2026, quando a Modena verrà svelata la strategia specifica per Maserati.

Il Tridente, che negli ultimi mesi ha registrato vendite in forte contrazione, verrà riposizionato come marchio di “puro lusso”, con l’arrivo di due nuovi modelli di segmento E (probabilmente una berlina e un Suv di grandi dimensioni).

Si tratta, in sostanza, di una separazione netta dal mercato di massa: una scelta obbligata per garantire la sopravvivenza di un marchio che, da solo, rappresenta una fetta trascurabile delle vendite totali del gruppo in Europa, e che viene tenuto in vita più per una questione di tradizione e immagine che per solidi fondamentali economici.

La razionalizzazione produttiva tra Europa e Stati Uniti

Dietro i proclami di rilancio, la realtà dei numeri industriale parla di una contrazione netta. Stellantis ha confermato la necessità di ridurre la capacità produttiva in Europa di oltre 800.000 unità, un’operazione che, se da un lato mira a portare il tasso di utilizzo degli impianti dal 60% all’80%, dall’altro lascia intendere che non tutte le fabbriche sono al sicuro.

La logica seguita da Filosa, come dimostrato anche dalla recente intesa con i cinesi di Leapmotor e Dongfeng (con cui si condivideranno piattaforme e persino la produzione negli stabilimenti spagnoli), è quella di fare cassa e risparmiare sulle spese di sviluppo, riducendo i tempi di progettazione dai 40 ai 24 mesi.

Per l’Italia, se Pomigliano d’Arco strappa un sorriso grazie all’assegnazione della produzione della nuova citycar elettrica “E-Car”, per realtà come Mirafiori e lo stesso Cassino la partita resta in bilico, in attesa di vedere se la “corsia preferenziale” imboccata dalla holding sarà una strada verso la rinascita o un semplice viadotto che aggira le difficoltà senza però risolverle alla radice.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.