Hamas scioglie il governo di Gaza, Israele: «Uno spin mediatico senza significato»
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Redazione Esteri
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La mossa, che segna un passaggio formale ma ancora tutto da verificare sul terreno, arriva a distanza di mesi dall'entrata in vigore del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti lo scorso ottobre.
Ad annunciarlo, lunedì, è stato il capo dell'ufficio stampa del governo di Hamas, Ismail al-Thawabta, spiegando che il capo del comitato di emergenza, Mohammed al-Farra, ha ufficialmente presentato le dimissioni e ha disposto lo scioglimento del comitato per facilitare la transizione amministrativa al Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza (Ncag).
Un organismo, questo, creato dal Board of Peace voluto dal presidente americano Donald Trump, ma che di fatto non ha mai potuto insediarsi nell'enclave a causa delle obiezioni israeliane, che hanno finora impedito l'ingresso dei suoi membri nel territorio devastato dalla guerra.
La decisione e il valore simbolico del passo indietro
L'annuncio arriva dopo che per mesi Hamas aveva ripetutamente dichiarato la propria disponibilità a farsi da parte nella gestione quotidiana della Striscia, pur mantenendo ferma la posizione sul nodo del disarmo, vero scoglio dei negoziati per la seconda fase dell'accordo.
Il comunicato diffuso da Hamas precisa che tutti i dipendenti pubblici, definiti "dipendenti statali", continueranno a garantire i servizi alla popolazione e sono pronti a operare sotto l'egida e la guida del nuovo comitato tecnocratico, per evitare qualsiasi vuoto amministrativo che possa compromettere l'erogazione di servizi essenziali ai cittadini.
In una conferenza stampa davanti all'ospedale Al-Shifa, al-Thawabta ha confermato che tutte le procedure amministrative e legali per il processo di consegna sono state completate, e che tali passaggi sono stati presentati in modo trasparente alle altre fazioni palestinesi, riunite al Cairo, al Comitato Supremo dei Clan e alle istituzioni della società civile, alla presenza di un osservatore delle Nazioni Unite.
La dura reazione di Israele: «Uno spin mediatico»
La reazione dello Stato ebraico non si è fatta attendere e non ha lasciato spazio a interpretazioni. Una fonte governativa israeliana, citata da Channel 11, ha liquidato la decisione come «uno spin mediatico priva di significato», sottolineando che si tratta di un'apparente dimissione in cui tutti i membri del governo rimangono comunque nei loro ruoli.
Secondo la stessa fonte, Hamas temerebbe di essere dichiarato come la parte che sta violando l'accordo e, pertanto, starebbe cercando di prendere tempo con questa mossa, che avrebbe l'obiettivo di mostrare una flessibilità che nei fatti non si traduce in un reale cambio di passo.
La posizione israeliana resta quindi ferma: nessuna ricostruzione di Gaza sarà possibile senza lo smantellamento e la smilitarizzazione della Striscia, e il disarmo di Hamas rimane una condizione imprescindibile, come ribadito dal premier Benjamin Netanyahu durante una recente riunione di gabinetto.
Il nodo del disarmo e il futuro del comitato tecnocratico
Lo scioglimento dell'organismo di governo non risolve infatti la partita più complessa, che resta quella legata al futuro dell'ala militare del movimento islamista. Hamas, da parte sua, continua a ribadire che non consegnerà le armi finché le forze israeliane non si ritireranno completamente da Gaza, e in assenza di un'iniziativa politica palestinese condivisa, condizione questa che Israele respinge categoricamente.
Il Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza, che dovrebbe essere guidato dal funzionario palestinese Ali Shaath, rimane di fatto bloccato fuori dalla Striscia, in attesa che le parti trovino un'intesa sulla sicurezza e sulla gestione del territorio.
La decisione di Hamas rappresenta quindi un atto politico rilevante, che apre formalmente la strada a una transizione amministrativa, ma la sua efficacia concreta è ancora tutta da verificare, poiché dipenderà dalla capacità del Ncag di ottenere il via libera da Israele e di insediarsi realmente sul territorio, assumendosi la responsabilità della gestione quotidiana in un contesto di profonda crisi umanitaria e di stallo negoziale.




