Israele-Hamas, la guerra a Gaza in diretta. L’esercito israeliano: «Anas al-Sharif, giornalista ucciso, era un miliziano pagato da Hamas»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il corteo funebre dei giornalisti uccisi avanza tra le macerie di Gaza, con i corpi avvolti nella bandiera palestinese e i giubbotti con la scritta Press appoggiati sulle bare, l’esercito israeliano ribadisce la sua versione: Anas al-Sharif, reporter di Al-Jazeera colpito nei giorni scorsi, non era un giornalista ma un membro attivo dell’ala militare di Hamas. A sostenerlo, con un post su X, è il portavoce delle Forze di difesa israeliane, Nadav Shoshani, che cita «informazioni di intelligence aggiornate» raccolte prima dell’attacco. «Era un agente del gruppo terroristico al momento della sua eliminazione», scrive, senza però fornire prove documentali.

Quella di al-Sharif, che nei suoi reportage denunciava le condizioni della popolazione sotto i bombardamenti, è una figura controversa. Da una parte, chi lo difende – colleghi, attivisti, organizzazioni per la libertà di stampa – lo descrive come un professionista che ha pagato con la vita il tentativo di mostrare «l’inferno di Gaza», dove i civili, secondo questa ricostruzione, sarebbero ostaggi non solo della guerra ma anche della strategia di Hamas, accusato da Israele di usare scuole e ospedali come scudi. Dall’altra, le autorità israeliane insistono nel dipingerlo come un propagandista inquadrato nelle milizie, la cui morte rientrerebbe nelle operazioni contro obiettivi legittimi.

Intanto, le Nazioni Unite chiedono chiarezza. Il segretario generale António Guterres ha sollecitato «un’indagine indipendente e imparziale» sulle uccisioni di sei giornalisti nella Striscia, definendole l’ennesima prova dei «rischi estremi» che i reporter affrontano in zone di conflitto. A parlare è il portavoce Stéphane Dujarric, che evita però di attribuire responsabilità dirette, limitandosi a sottolineare la necessità di accertamenti.

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