Veglia a Città del Messico per Anas al-Sharif, giornalista ucciso a Gaza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre la notte scendeva su Città del Messico, decine di giornalisti e attivisti si sono radunati martedì nel cuore della capitale per ricordare Anas al-Sharif, corrispondente di Al Jazeera ucciso domenica a Gaza da un attacco israeliano. La veglia, carica di rabbia e dolore, è stata anche un’occasione per denunciare le crescenti violenze contro i reporter nella Striscia, dove, secondo i dati delle organizzazioni per la libertà di stampa, almeno venti professionisti dell’informazione hanno perso la vita dall’inizio dell’offensiva. I manifestanti hanno chiesto al governo messicano di rivedere le relazioni diplomatiche con Israele, definendo «inaccettabile» la complicità di chi continua a fornire armi a un paese accusato di crimini di guerra.

Quella di al-Sharif non è stata una morte casuale. Le stesse autorità israeliane hanno ammesso di averlo preso di mira, sostenendo che non fosse un semplice giornalista ma un «membro attivo» di Hamas. Le prove presentate da Tel Aviv, tuttavia, sono state contestate da più parti, incluso il network qatariota, che ha respinto ogni accusa definendola «una macabra giustificazione per silenziare chi documenta la verità». La vicenda riporta alla mente il caso di Simone Camilli, il reporter italiano ucciso a Gaza undici anni fa mentre seguiva il conflitto per Associated Press. Anche allora, come oggi, si parlò di un «incidente», ma per chi conosce la dinamica di queste tragedie, il sospetto che si tratti di un metodo sistematico per controllare il racconto mediatico è difficile da ignorare.

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