Giornalista ucciso nel raid a Gaza, Anas al-Sharif si sentiva minacciato e aveva scritto testamento

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un attacco aereo israeliano ha colpito domenica sera una tenda allestita da giornalisti fuori dall’ospedale al-Shifa di Gaza City, uccidendo sette persone, tra cui il corrispondente di Al Jazeera Anas al-Sharif. Poche ore prima, il reporter aveva condiviso sui social quello che sarebbe diventato il suo ultimo messaggio: un testamento scritto ad aprile, in cui lasciava un commiato alla famiglia e ribadiva il proprio impegno nel raccontare la guerra.

“Questo è il mio testamento, e il mio ultimo messaggio”, aveva scritto al-Sharif, consapevole dei rischi che correva. Già da mesi, infatti, il giornalista era nel mirino delle autorità israeliane, che lo accusavano – senza fornire prove – di essere un “propagandista” di Hamas. Il 24 ottobre 2024, il portavoce dell’esercito israeliano, Avichay Adraee, lo aveva attaccato su X con un post in cui sosteneva: “Ti presenti come giornalista, ma la tua vera identità è stata svelata”. Un’affermazione che, secondo i colleghi, aveva contribuito a esporlo ulteriormente alle rappresaglie.

La morte di al-Sharif ha scatenato la protesta dei giornalisti di Al Jazeera, che a Doha hanno mostrato le foto dei cinque colleghi uccisi negli ultimi mesi. “Anas stava facendo una cosa sola: stava raccontando e dando voce a chi non l’aveva all’interno di Gaza City, era l’unica voce rimasta”, ha dichiarato alla Bbc il caporedattore Mohamed Moawad. Un’operazione, la sua, che rientra in un contesto sempre più pericoloso per i reporter locali. Secondo i dati dell’ufficio stampa di Gaza e di Reporter senza frontiere, sarebbero 238 i giornalisti palestinesi uccisi dall’inizio del conflitto, un bilancio senza precedenti che ha spinto la Federazione internazionale dei giornalisti a definire Israele “responsabile” delle morti.

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