La pedina di Washington: quel piano (fallito) per rimettere Ahmadinejad al comando dell’Iran
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Sembrava la classica provocazione da talk show, una di quelle ipotesi tanto ardite da rasentare l’assurdo, eppure – se diamo credito all’inchiesta del New York Times – sarebbe stato proprio questo il copione segreto messo a punto dagli alleati israelo-americani per il dopo Khamenei. L’obiettivo, insomma, era riportare al timone della Repubblica islamica l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad, quell’ultraconservatore che per anni aveva fatto del vilipendio di Israele e degli Stati Uniti il suo cavallo di battaglia. Una scelta che, a prima vista, appare paradossale: come si spiega, infatti, che Washington e Tel Aviv abbiano puntato proprio su colui che definiva l’Olocausto una “favola” e che accelerò l’arricchimento dell’uranio, gettando le basi della minaccia nucleare che oggi si cerca di disinnescare? -1-7
Un nemico trasformato in “risorsa” per la transizione
Per comprendere questa singolare parabola, occorre guardare all’Ahmadinejad più recente, quello successivo alla scadenza del suo secondo mandato (2005-2013). Escluso dalla vita politica attiva dal Consiglio dei Guardiani, che gli ha impedito di ripresentarsi alle presidenziali del 2017, 2021 e 2024, l’ex ingegnere civile ha subito una progressiva rottura con il clero dominante. Da feroce critico del regime, che accusa di corruzione e cattiva gestione, si è trasformato in un potenziale ago della bilancia: un uomo che conosce i meccanismi del potere a Teheran ma che, allo stesso tempo, è ormai ai margini di quel sistema. Non solo, in una recente lettera aperta arrivò addirittura a elogiare Donald Trump, definendolo un “uomo d’azione” – un’apertura che non sarà passata inosservata allo Studio Ovale, dove Trump (rieletto ormai da più di un anno) siede nuovamente.
Il raid che doveva liberarlo e la bomba che ha distrutto il piano
La strategia, messa a punto con i servizi israeliani, prevedeva una tempistica chirurgica. Nelle prime fasi del conflitto, iniziate il 28 febbraio, i bombardamenti congiunti avrebbero dovuto “decapitare” l’attuale leadership, incluso l’ayatollah Khamenei. In questo caos pianificato, un’operazione mirata avrebbe colpito la residenza di Ahmadinejad, ma con un duplice scopo: rimuoverlo fisicamente dagli arresti domiciliari (dove era ristretto proprio per le sue critiche al potere centrale) e consegnarlo, vivo e in qualche modo “legittimato”, ai curdi o alle forze alleate pronte a installare un governo ombra. I piani, si sa, sono carta straccia quando incontrano la realtà sul campo. Il raid che avrebbe dovuto salvarlo si rivelò un boomerang: l’ex presidente rimase gravemente ferito nello stesso attacco che intendeva liberarlo. Fonti vicine all’indagato rivelano che, dopo essere scampato alla morte, qualsiasi fiducia residua nei confronti dei suoi presunti “salvatori” sia semplicemente evaporata.
L’intreccio pakistano e la frattura con Netanyahu
Mentre il destino di Ahmadinejad resta avvolto nel mistero – alcune agenzie ne avevano inizialmente annunciato la morte, poi smentita, e da allora non se ne hanno più tracce –, il fronte diplomatico vive una fase di stallo convulso. Il fallimento di questo “piano B” ha lasciato il posto a una mediazione sempre più serrata da parte del Pakistan, il cui capo di stato maggiore, Asim Munir, si muove abilmente tra Washington e i Guardiani della Rivoluzione per evitare una ricaduta nel conflitto. La tensione, però, è palpabile. Una recente telefonata tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – riportata da Axios – è stata definita “tesa” e al termine della quale Netanyahu era “furioso”. Il motivo del contendere, ancora una volta, è il “tentennamento” americano: Israele spinge per riprendere i bombardamenti e definire una vittoria, mentre l’amministrazione Trump, pur parlando di prendere l’uranio iraniano “anche se non ci serve”, sembra essersi impegnata in un negoziato che potrebbe portare a una tregua più stabile. E proprio mentre l’Iran esamina la controproposta americana, l’ex presidente Ahmadinejad – che nelle cronache di guerra è finito più come vittima accidentale che come salvatore della patria – rappresenta forse il simbolo più vivido di un’operazione spregiativa che è andata in frantumi ancor prima di iniziare.




