La cassiera della Coin di Termini che "regalava" vestiti e profumi a carabinieri e poliziotti: chiesto l'arresto per la donna
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Redazione Interno
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La Procura di Roma ha formalizzato la richiesta di custodia cautelare per Sabrina Morani, la cassiera quarantenne del punto vendita Coin all'interno della stazione Termini, considerata dagli inquirenti il perno di un sistema di furti sistematici che vede coinvolti, a vario Titolo, 44 indagati. La donna, assistita dall'avvocato Carlo Testa Piccolomini, verrà interrogata venerdì 27 febbraio dal giudice per le indagini preliminari, che dovrà decidere se convalidare l'arresto e disporre una misura cautelare. Nell'ordinanza si chiede la custodia per lei e per altri tre cassieri, ritenuti parte integrante di un ingranaggio collaudato che per mesi ha prosciugato gli scaffali del negozio di via Giolitti, causando un ammanco di quasi 300mila euro, un buco che ha superato il dieci per cento del fatturato annuo, una percentuale quattro volte superiore alla media fisiologica del settore.
A finire nell'inchiesta coordinata dal pm Stefano Opilio, con la collaborazione dell'aggiunto Giovanni Conzo, sono infatti ventuno appartenenti alle forze dell'ordine, equamente divisi tra Polizia di Stato e Arma dei carabinieri, tutti in servizio presso lo scalo ferroviario. Le immagini dei sistemi di videosorveglianza, installati dopo che la società aveva notato l'anomalia nei bilanci e incaricato un'agenzia investigativa privata, non lasciano spazio a molte interpretazioni: mostrano militari e agenti mentre si avvicinano alla cassa numero cinque, quella gestita dalla Morani, e ricevono buste già pronte, con la merce privata delle placche antitaccheggio, senza che alcun pagamento venga registrato. In un caso specifico, risalente allo scorso ottobre, un carabiniere si allontana con un cappotto blu, una maglia a collo alto e una pashmina beige dopo che la cassiera ha rimosso i dispositivi di sicurezza davanti ai suoi occhi, il tutto senza emettere scontrino. In un altro episodio, il 26 dicembre, un militare porta via sette capi d'abbigliamento e una borsa del marchio Guess, lasciando alla donna un contributo spontaneo di appena cinquanta euro, una somma irrisoria rispetto al valore della merce.
Il meccanismo della cassa numero cinque e le chat
Il sistema messo a punto, secondo la ricostruzione degli inquirenti, era articolato e prevedeva diverse modalità operative per eludere i controlli. La Morani, che lavorava al reparto uomo, non si limitava a consegnare la merce senza battere lo scontrino: talvolta scannerizzava solo una parte degli articoli, modificava i prezzi inserendo importi irrisori a mano sul registratore di cassa, oppure riutilizzava vecchi scontrini di cortesia per simularne uno regolare. In altre circostanze, fingeva un pagamento elettronico mai avvenuto, lasciando il contante, quando veniva lasciato, come piccolo extra per sé. Le chat WhatsApp rinvenute sul telefono della donna, il cui contenuto è al vaglio degli investigatori, rivelerebbero rapporti confidenziali e amichevoli con alcuni degli agenti e dei militari, un elemento che fa supporre una consuetudine consolidata e non episodi isolati.
Agli uomini in divisa, che includevano profili di vario grado – un dirigente della Polfer, due commissari, un ispettore, diversi sovrintendenti e assistenti per la Polizia, e dall'altro lato un brigadiere, vice brigadieri e appuntati scelti dell'Arma – si aggiungono altri venti indagati, per lo più dipendenti di negozi limitrofi alla stazione o clienti abituali che usufruivano dello stesso trattamento di favore. A questi ultimi, la cassiera non si limitava a "regalare" la merce, ma la rivendeva a prezzi fortemente scontati, intascando direttamente il denaro contante senza passare dalla registrazione contabile, un'attività parallela che moltiplica il danno economico per l'azienda. La scoperta dell'ammanco, avvenuta durante l'inventario del febbraio 2024, aveva portato il direttore del negozio a sporgere denuncia, innescando le indagini che hanno poi portato alla luce un vero e proprio "saccheggio" quotidiano, una razzia che nulla aveva di improvvisato ma che appariva organizzata con la precisione di un orologio.
Le difese e i primi provvedimenti disciplinari
A seguito della notifica degli avvisi di garanzia, scattata nei giorni scorsi, i carabinieri coinvolti sono stati immediatamente trasferiti ad altre sedi, un provvedimento disciplinare cautelare adottato dall'Arma per allontanarli dal contesto in cui sarebbero avvenuti i fatti. Sul fronte legale, si è levata la voce dell'avvocato Andrea Falcetta, difensore di otto dei militari indagati, che ha respinto con forza quella che definisce una colpevolizzazione preventiva. Il legale ha sottolineato come gli stessi carabinieri, nell'ultimo anno, abbiano effettuato decine di arresti in flagranza di reato e recuperato merce rubata per migliaia di euro, operando anche in borghese proprio per contrastare il fenomeno dei taccheggi. Secondo la difesa, gli episodi contestati ai suoi assistiti avrebbero un valore economico limitato, poche decine di euro, e nulla avrebbero a che fare con il maxi ammanco complessivo, una tesi che verrà approfondita nelle prossime fasi del procedimento.
La posizione degli agenti di polizia, attualmente, non sembra aver subito analoghi trasferimenti immediati, ma l'inchiesta è destinata a fare chiarezza su ogni singolo episodio. Nel registro degli indagati risultano circa quarantacinque furti specifici contestati ai militari, ma il numero potrebbe aumentare con il prosieguo delle indagini. La Procura, che ha chiesto anche l'arresto per i cassieri, ha delineato un quadro in cui le forze dell'ordine non avrebbero solo beneficiato della merce, ma avrebbero anche omesso di intervenire nonostante la loro costante presenza in stazione, non segnalando mai anomalie né effettuando controlli su quanto accadeva all'interno del negozio. Un'assenza di iniziativa che, agli occhi degli inquirenti, ha di fatto favorito la prosecuzione del sistema per tutto il 2024.




